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Bruce Springsteen: Working On A Dream

The Audacity of Hope

Si respira l’America, quella sognata; la sua gente, quella vera e non quella delle pubblicità dello Chef Tony; il suo sogno, malconcio ma ancora vivo; si respira anche speranza, nell’ultimo, ventiquattresimo, disco di Bruce Springsteen. Un’opera che riesce, per un motivo o per l’altro, ad andare anche al di là delle proprie qualità artistiche.

Bruce non ha in effetti mai nascosto la sua natura di sognatore, magari anche ottimista, ma attento al quotidiano di quel mondo in cui è cresciuto, si è formato, in cui in qualche modo ha vissuto e che ha finito per etichettarlo “The Boss”. E qualcosa vorrà pur dire, ma a qualunque cosa esso alluda, qualunque cosa implichi o significhi, lui cerca comunque di meritarsi l’appellativo: per esempio esponendosi in prima persona nella campagna per sostenere quello che, magari peccando di romanticismo, potremmo definire come il vero sogno globale di questo scorcio di secolo: Barack Obama.
Sostenere Barack un po’ come lavorare a un sogno – troppo facile l’associazione. E lavorare ad un sogno per giorni fortunati che si sperano a venire – anche questo, fin troppo banale. Ma citiamo così, e parafrasiamo, anche i primi due singoli dell’album, e anche questo, qualcosa vorrà pur dire. Vorrà pur dire qualcosa se la melodia di “Working On A Dream” viene da fischiettarla davvero, ancor prima che lo faccia lo stesso Springsteen, o che “My Lucky day”, nel suo contesto springsteeniano tipico (chitarre acustiche, telecaster, E-Street band e via di tonsille) comunica ottimismo e mette di buon umore.

Springsteen, un po’ per politica e un po’ per suggestione, sembra diventare la voce di quella voglia di cambiamento e rigenerazione che dopo anni disorientati e confusi deve’essere sorta in tutti, americani e non. Lo fa con la spensieratezza quotidiana (sofferta e consapevole) di “Queen Of The Supermarket”, la dimostrazione di “What Love Can Do”, la suite romantica, un po’ folk, un po’ rock (molto Kiss …) di “Outlaw Pete”, e più in generale attraverso un album di chitarre acustiche sapientemente elettrificato da una E-Street band sempre al posto giusto, al momento giusto.

Autorevoli infine i momenti più intimi e personali del disco: il Boss è un maestro nell’interpretare tali stati d’animo, meglio se con pochi strumenti attorno alla sua voce e alla sua chitarra: “Life Itslef”, ma ancor meglio “The Last Carnival” (con tanto di coro gospel) o “The Wrestler” (già nell’O.S.T. dell’omonimo film), sono un po’ l’altro lato della medaglia, ma tra i sicuri highlight di un album leggero, apparentemente quasi sottile, ma forte delle proprie convinzioni.

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