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Brunori Sas: “A Casa Tutto Bene, ma bisogna aprirsi al mondo esterno” [INTERVISTA]

Il 18 gennaio 2017, presso la Casa on Six a Milano si è svolta la conferenza stampa dedicata al lancio del nuovo disco di Brunori Sas “A Casa Tutto Bene”  in uscita oggi 20 gennaio su etichetta Picicca Records. Durante l’incontro con l’artista abbiamo scambiato due chiacchere per farci raccontare meglio il suo nuovo album.

Come nasce questo disco?

Il disco è nato dopo lo spettacolo Brunori Srl che ironicamente giocava sul nome “società con la responsabilità limitata” e trattava questa “responsabilità” nel modo più ironico. Nello spettacolo ho iniziato a trattare gli argomenti che solitamente nelle canzoni non tratto, e quindi a occuparmi delle attualità. Da qui la spinta a realizzare il disco concentrato più sul presente che sul passato.

Ho cercato non solo di essere ironico, ma semplicemente di essere serio sugli argomenti che creano un certo senso di amarezza. E’ un disco di 12 trame e nella mia testa c’era un percorso delle canzoni e sapevo benissimo anche cosa non volevo fare.

In realtà, di alcuni di questi temi che generano un po’ di amarezza avevi già parlato, nel senso di critica sociale, anche nei dischi precedenti come nei “Poveri Cristi”… In questo disco sei stato più corraggioso nel affrontare in maniera lineare, diretta, di petto alcuni di questi argomenti. E’ una cosa che succede ad un autore, avere voglia a un certo punto di passare da A a B in maniera diretta e lineare. Per te il percorso è stato anche in questo caso lineare?

A dir il vero è stato difficoltoso perché alcune canzoni hanno un’impostazione diversa rispetto ad altre del passato. Non c’era sempre il finale positivo, il lieto fine. Difficile perché giustamente parlare di fatti attuali è un terreno particolare, bisogna stare attenti in quanto ci sono punti di vista che possono apparire scontati.

Da un lato è un disco che cerca di affrontare paura, dall’altro penso che sia paradossalmente sentimentale. Ho tentanto di raccontare un po’ la mia condizione di spaesamento, che penso sia comune a tante persone. Credo di esserci riuscito perché ne è venuto fuori un bel disco.

Parli di paure, c’è una canzone che ho trovato estremamente azzeccata, parlo dell’ “Uomo Nero”, è una canzone certamente politica che potrebbe applicarsi ai periodi storici non nettamente attuali. Uno dei passaggi importanti penso sia quello “e invece no”. E’ un non lieto fine e c’è anche un elemento, credo, molto personale, intimo nel momento in cui tu ti raffiguri seduto a un tavolo sui Navigli e parli del fatto che “forse bastava l’idea di non fare figli”, questa cosa mi ha colpito molto, vorrei che ci dicessi qualcosa a riguardo.

E’  un pensiero che ho fatto. Perché pur trattando di un argomento molto attuale, la paura del clandestino, la paura dello straniero è un tema di cui si parla molto ultimamente, e il pezzo voleva narrare la naturale amarezza che si vive, che può risultare scontata. Non a caso il disco si chiama “A casa tutto bene”, in quanto tendo spesso ad avere di me stesso un’idea più bella di quello che sono, insomma mi dipingo meglio di come sono.

Perché si crede di avere delle idee molto progressiste e quando poi ti accogi che nel mondo reale si ha paura realmente quando un ragazzino sulla 90 arabo si mette a pregare ad alta voce alta. E’ un po’ il fulcro di tutto il disco, la messa in discussione, forse tutto quello che pensavo di me non è vero.

Abbiamo parlato dei tavoli sui Navigli, della 90, Milano è ben presente in questo disco, come nei dischi precedenti, c’è anche una canzone che può anche raccontare meglio il suono di questo disco che è “Lamezia-Milano”.

“Lamezia-Milano” è un episodio divertente, più vicino ad uno spirito di leggerezza perché nasceva proprio dalla sensazione di smarrimento che vive uno come me che non riesce ad appendere le pantofole al chiodo.

Il mestiere che faccio mi spinge spesso a fare questa tratta. E’ la mia condizione personale, sono disorientato quando mi muovo così tanto, non ho il  fascino degli alberghi. Potrei stare tutti giorni a casa. Ho ragionato su un’altra mia tendenza che penso sia una tendenza comune che di fronte a ciò che ci spaventa, tempestati da tutto questo, cerchiamo di darci la risposta, che è “una settimana bianca”, una forma di leggerezza.

Musicalmente è un pezzo molto pop, cantabile, che si potrebbe anche ballare e lo farò, perché Io sono nato ballerino. E’ questa cosa la porterò poi in scena. Sono stato molto attento a non scivolare via, a non dire “mamma mia che pesantezza, fammi fare una cosa così più cazzona”, a mantenere il mood del disco, ma ho deciso che questo disco avrà anche gli episodi più leggeri.

Questo significa anche che ti vedremo più spesso a Milano?

Milano è una città dove mi sono sempre trovato molto bene. Ho dovuto abbattere certi pregiudizi, anche con dispiacere: l’idea che Milano fosse una città di nebbia, dove tutti lavorano. Probabilmente la mia fortuna è che con il mio lavoro e i miei orari, ho la possibilità di visitare luoghi interessamti.  Ma forse non ci vivrei sempre perché ho bisogno entrambe le cose, mi piace l’idea che ci sia un momento in cui vivo qui, mi piace dividermi, anche perché suona bene nelle interviste “si divide fra…”. Ci si può dividere in tante parti.

Mi sembra interessante anche parlare degli arrangiamenti, del suono di questo disco. Anche perché qui ci si trovano degli ulteriori elementi che hai aggiunto al suono della Brunori Sas. E visto che hai citato tu quello che è successo tra il disco precedente e questo, ovvero lo spettacolo con un ruolo tuo un po’ più in primo piano, quasi da solista in alcuni passaggi, un po’ stand-up comedy teatrale. Questo disco invece è molto di gruppo, è un suono più da band come dall’ esordio del gruppo. Quindi invece di fare un disco un po’ più concentrato su te stesso, cantautore, umorista, hai fatto un disco che è profondamente di gruppo.

Allora sì, l’intenzione era quella di rompere l’idea della sala prove. I ragazzi sono gli stessi che mi seguono da sempre, dopo il primo disco, e ormai siamo come una famiglia. Avevo lavorato con ciascun musicista singolarmente in modo che ognuno mettesse un po’ del suo nell’idea di base che avevo preparato io. Ne è venuto fuori  tanto materiale che successivamente abbiamo “scremato” .

La cosa più interessante è che la band, da quando abbiamo iniziato a suonare insieme, non aveva la minima intenzione del “mondo” che avremmo raggiunto. Loro venivano dal conservatorio, dal mondo del jazz, da una realtà più accademica. Dall’altra parte c’è stato Taketo Gohara che ha ricoperto un ruolo fondamentale per il suono di questo disco, con lui abbiamo lavorato intensamente e lui ha dato un’impronta al disco che lo conduce secondo me fuori dall’Italia. Io invece quando scrivo tendo ad essere molto” italiano” in quello che faccio, anche per abitudine: scrivo all’italiana e tendo ad arrangiare all’italiana.

Esempi di questi ascolti?

Sicuramente Beck è stato un mio riferimento, soprattutto “Morning Phase”, il disco che ho consumato. Da alcune cose abbiamo preso solo il mood. C’è anche Sufijan Stevens, Beirut, anche mi verrebbe da dire anche alcune cose di approccio di Arcade Fire. Ecco, prendiamo una cosa che sembra più lontana da me e cerchiamo di portarla dentro.

Quanto pensi di essere stato anche produttore di te stesso? E quanto hai lasciato a Taketo di questa parte?

Bella domanda. Prima di fare canzoni, mi occupavo delle produzioni, ero più dall’altra parte della barricata, quindi conosco le varie dinamiche, mi piace, se ho una cosa in testa voglio andare in questa direzione. Però non mi sembra giusto fare tutto da solo oppure lasciare tutto in mano agli altri, penso che sia necessaria una dialettica tra le parti. Posso dire che non sono molto tecnico, non è che sono bravo nella parte tecnica, però quando una canzone mi emoziona riesco a capire cos’è che a livello sonoro cosa mi porta in questa direzione.

Così come è stato per il disco precedente, anche qua il luogo dove è stato registrato il disco influisce sul suono?

L’album precedente è stato registrato in una chiesa. Era un disco live, quindi aveva senso coglierne anche il suono del luogo dove è stato registrato. Questo disco invece si divide tra dei pezzi che sono più da suonata live e pezzi pensati da studio. Abbiamo usato il computer in una maniera più creativa rispetto al passato. Volevo che fossimo molto concentrati e vivere lì quindici giorni, in un posto isolato ce l’ha permesso. Perché l’ispirazione non ha orari, non è che ci viene sempre dalle 7 alle 9, è importante che fossimo sempre lì e che cogliessimo un momento.

All’interno del disco c’è anche un brano che è stato scritto insieme ad Antonio di Martino, “Diego e Io”.

E’ un pezzo che si tira fuori dal disco, è un fine primo tempo e inizio secondo tempo dell’album. E’ un pezzo nato dopo aver visto un documentario su Frida Kahlo. Frida Kahlo è un personaggio sulla bocca di tutti, ma non volevamo fare un pezzo modaiolo e il contributo di Antonio è stato fondamentale, soprattutto perché è stato in Messico, nei posti dove queste storie si sono svolte. In più Antonio è uno delle migliori penne a livello cantautorale in Italia.

In questo disco c’è una cosa che considero un filo conduttore del tuo modo di scrivere canzoni, di raccontare certe cose che hanno a che fare con la memoria dell’infanzia, per esempio l’ho trovato nella canzone “Il costume da torero” e credo che faccia parte della tua poetica.

Nel parlare dei bambini c’è una sorta di buonismo: non si può parlare male dei bambini. Questo pezzo riassume in maniera giocosa, come una filastrocca, tutto quello che è il senso del disco: tende alla disillusione, all’amarezza; però esiste anche un’altra parte dove non si rinuncia all’illusione. E’ molto importante uccidere le proprie illusioni per crearne di nuove, anche perché probabilmente se non ci fosse illusione, non si scriverebbero canzoni.

Invece ritornando al discorso del lavoro sulla band, sui suoni, sugli arrangiamenti,  come pensi di riportare questo tipo del lavoro dal vivo?

Il fine è cercare di riportare un disco che è molto stratificato, c’è molta roba, dal vivo. I dischi che suonano bene di solito sono fatti da pochi elementi. In questo disco c’è tanta roba, Taketo l’ha gestita, ognuno dei musicisti l’ha tirata uori e non ho potuto rinunciare anche perché rischiavo la rivolta dei musicisti! Ci impegniamo per riproporre il suono, importante sarà riproporre il mood del disco, durante gli spettacli voglio creare un’atmosfera di un certo tipo, e desidero l’energia che ci ha sempre caratterizzati. Stiamo lavorando sull’inserimento di una strumentazione che prima non c’era.

Coreografo di te stesso come sei stato anche l’autore della sceneggiatura del video de “La Verità”. Come è nata questa storia?

L’idea è stata proprio quella di giocare. Volevo che il video non fosse quello solito di playback, ma che ci fosse una storia. In questi anni mi sono appassionato anche superando il mio pregiudizio di certe serie televisive che mi hanno spinto a voler scrivere l’idea del video. Mi sono immaginato questa morte di Babbo Natale, che è un po’ la rappresentazione della morte di alcune illusioni, per rappresentare l’amarezza della sconfitta di certe cose in cui si crede che per me ha un senso anche rispetto alla canzone. Sono molto contento, mi sembra quasi più bello il video che la canzone. Male che vada mi posso riarrangiare come sceneggiatore!

Invece quello che hai fatto con Brunori Srl, è stata un’altra forma di comunicazione…

Mi interessa, mi stimola anche personalmente l’idea di poter comunicare delle cose che in una canzone non sempre riesco a comunicare. Se questa cosa funziona, e posso utilizzarla, beh una canzone è una cosa, il monologo è un’altra. Trovo stimolante confrontarsi con diverse tipologie di comunicazione, mi è piaciuto ad esempio scrivere un articolo, mi piace anche il linguaggio del fumetto. Non mi precludo nessuna strada.

In questo disco si ritrova anche Battiato ed altri collegamenti, parlaci un po’ di queste citazioni…

Alcune citazioni sono volute, altre anche inconsapevoli. Alcune citazioni possono esserci anche al livello di armonia. Diciamo che quando scrivi, certe cose sono inevitabili perché le hai impresse nella memoria. La citazione è un meccanismo funzionale al racconto, perché è un gioco, una cosa che mi piace anche in arte. Ci trovo intelligenza nell’utilizzo della citazione quando non è fine a se stessa, e cerca di creare un rimando anche al livello musicale a un eterno presente in cui c’è tutto. E’ interessante, intelligente e anche giocoso.

Sanremo lo vedi da uno spettatore lontano, oppure ci andresti anche?

Non c’è mai stata un’intenzione da parte nostra. E’ un discorso sempre complicato quello di Sanremo. Da una parte penso che ci siamo cresciuti, la mia generazione è cresciuta con Sanremo, e una parte di me sarebbe felice di parteciparvi perché c’è mamma che lo guarda. Dall’altra è una sorta di “contenitore”, soprattutto negli ultimi tempi, uno spettacolo televisivo per promuovere ciò che fai.

Legato ma non troppo a questo, ha ancora senso con la diffusione di oggi parlare di indie e creare questa divisione o ormai non esiste più la necessità di questa definizione?

Come tutte le definizioni serve a qualcuno, forse ai giornalisti, ai media per creare un contenitore in cui collocarci. Se tu pensi al grunge – io quando ero un ragazzo credevo che fosse grunge perché mi dicevano che era grunge. Ma, ad esempio, tra Alice in Chains, Pear Jam, Nirvana c’erano molte differenze, l’unica cosa che li collegava era un certo tipo di approccio, di provenienza. In Italia prima l’indie era contro il mainstream, pian piano sono intervenuti altri elementi che hanno inserito anche progetti in chiave più pop. Probabilmente, adesso viviamo in un’epoca dove non viene mantenuta questa caratteristica. Il pubblico è un po’ più avanti, non ha bisogno di queste distinzioni, lo capisce da sé.

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