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Intervista ad Adriano Viterbini dei BSBE: “Se la musica è il tuo sogno, hai il dovere di realizzarlo!”

Mettetevi comodi e rilassati, perché questo non è uno di quegli articoli da provare a leggere tutto d’un fiato e male solo con la scusa di ammazzare il tempo tra una fermata della metro e l’altra. Le righe che seguono vanno gustate in religioso comfort e silenzio, al massimo con un buon sottofondo musicale e mentre vi gustate una bevanda calda. Un suggerimento di tutto cuore il mio, perché personalmente è così che adoro approcciare ad una piacevole chiacchierata, come in questo caso, tra addetti ai lavori (chi in un modo e chi in un altro ovviamente). Quella che ho avuto il piacere di realizzare per LoudVision, infatti, è molto più di una classica intervista: con Adriano Viterbini (chitarrista, compositore e membro insieme al socio Cesare Petulicchio dei Bud Spencer Blues Explosion, usciti da poco con il loro ultimo album Vivi, Muori, Blues, Ripeti, 23 marzo 2018), infatti, è stato relativamente semplice e quasi immediato passare da una prima fase di conversazione formale ad una ben più goliardica e “nutriente”, finendo col discorrere perfino di gusti musicali, consigli per gli acquisti e pensieri motivazionali accessibili non solo a chi sogna di lavorare nel tortuoso mondo della musica, ma a chiunque nutra ancora dentro di sé il seme della resilienza e dell’autorealizzazione. Perciò, senza dilungarmi troppo come spesso faccio nelle mie premesse, vi lascio alle parole che seguono sperando sinceramente che possiate trarne qualche spunto positivo, così come ho avuto la fortuna di farlo io.

Quand’ è che avete avvertito l’esigenza di tornare in saletta a fare qualcosa insieme?

E’ un tipo di esperienza che si realizza dopo un lavoro intenso. Il nostro ultimo tour è stato particolarmente estenuante e alla fine ci siamo detti che prima di rimetterci al lavoro ci saremmo presi del tempo per noi, anche perché il rock per antonomasia ha bisogno di un certo livello di eccitazione, di energia primordiale. Quindi a maggior ragione dovevamo “riposarci”, o meglio recuperare quella forza lì . Abbiamo preso perciò le decisioni che più ci facessero star bene, ossia di goderci la vita, viaggiare, fare altre esperienze musicali (cose che in realtà abbiamo sempre fatto, ma che in questi ultimi 4 anni sono state più importanti). Io ad esempio ho suonato con molti artisti, tra cui Nic Cester (cantante dei Jet), quindi esperienze anche fuori dall’Italia. Cesare, invece, ha collaborato tra i vari con Motta. E quando poi ci siamo ritrovati in saletta a jammare abbiamo messo sul tavolino tutte le esperienze che ciascuno di noi aveva fatto; l’esigenza di fare un disco è arrivata in un secondo momento, quasi per caso.

Praticamente vi siete affidati all’istinto puro e semplice.

C’è sempre per noi un momento in cui ci affidiamo completamente alle cose che ci succedono. In questo caso, ci siamo semplicemente accorti a un certo punto che in effetti il disco c’era, e lo abbiamo registrato.

Con tutto il bagaglio di esperienza che avete maturato negli ultimi 4 anni, come siete riusciti a disciplinarvi durante le sessioni di registrazione?

E’ stato tutto assolutamente magico, non c’è stato bisogno di mettersi a “studiare il come”. Abbiamo cominciato a suonare, e poi riascoltando tutta la mole di jam session registrate ne sono state estratte le parti che più ci emozionavano.

In effetti in questo ultimo lavoro c’è parecchia sperimentazione, per questo mi chiedevo se vi foste comunque messi a tavolino ad organizzare un po’ le cose…

La volontà principale è stata quella di registrare un disco che ci sarebbe piaciuto ascoltare. Questa è stata la chiave di tutto. Volevamo che avesse i connotati del tipico disco che a ciascuno di noi piacerebbe ascoltare in più contesti possibili. Doveva in qualche modo essere un album bello al di là del momento storico in cui ci troviamo: qualcosa che valga per sempre, e che stavolta ci è riuscito ancora meglio perché lo abbiamo affrontato con una filosofia diversa, a partire dalle registrazioni in analogico piuttosto che in digitale.

Ciò che succede nel resto del panorama alternative rock vi influenza in qualche modo?

Percepiamo quello che accade intorno a noi, ma non lo assimiliamo perché di base non ci fomenta. Fuori dall’Italia invece ci sono molte cose interessanti: ultimamente ho ascoltato molto Jim James, musica africana, hip hop, jazz. Questo per dire che comunque al di fuori del nostro giro c’è molta voglia di osare, fare qualcosa di estremo. La nostra esigenza, fondamentalmente, è di realizzare dei lavori discografici con lo stesso spirito.

 E come riuscite a rifuggire le regole del mainstream?

Perché di base non facciamo questo mestiere per diventare famosi, ma perché è una nostra esigenza viscerale. E’ come se volessimo scrivere un libro che sia sincero, non perché debba diventare un best seller. Il processo di realizzazione di un disco per noi deve prendersi i suoi tempi, con calma e senza forzature: si mettono in ordine man mano le idee e poi se il materiale è convincente si dà vita a un prodotto che magari sarà spazzatura per qualcuno, ma per te e per qualcun altro invece sarà bellissimo.

I collaboratori per la stesura dei testi invece come sono stati scelti per questo album?

Considera che io sono cresciuto ascoltando gruppi come gli Otto Ohm ed altri che mi hanno sempre affascinato per il loro modo di fare cantautorato. Quindi collaborare con questi artisti è stato una piacevole conseguenza: noi abbiamo fatto la chiamata e loro hanno risposto subito con dei testi che poi sono stati sistemati in studio.

A questo punto devo farti una premessa doverosa: alcune domande le ho impostate sul tipico confronto “da musicista a musicista”…

Allora dimmi al volo che ti stai ascoltando in questo periodo, dai!

Ultimamente passo dal blues più tecnico alla Joe Bonamassa a quello puramente sperimentale di Jack White. Poi negli ultimi anni ci siete finiti in mezzo anche voi BSBE, da quando ho scoperto che tra le fila di musicisti impegnati nel tour de “Il Padrone della Festa” di Fabi, Gazzè, Silvestri c’eri anche tu, Adriano..

Uao, da paura!

Quindi ora vorrei chiederti: secondo te è ancora possibile vivere il mestiere del musicista nel migliore dei modi?

La musica è un sogno, no? E come tale vale la pena di provarlo a realizzare. Se abbiamo una sola vita a disposizione, i sogni vanno seguiti per forza. Io da bambino avevo il poster dei Nirvana e ogni volta che lo guardavo dicevo “Cazzo, da grande voglio fare anche io quella roba lì!”. Secondo me sta tutto nella passione che ci metti: se mantieni viva la curiosità, lo spirito di intraprendenza e la voglia di sperimentare prima o poi il sogno si realizza. E non dimentichiamoci il “sacrificio”, nella sua accezione più “sacra”!

Tu non hai mai dubitato in nessuno momento di riuscire davvero a portare avanti questo mestiere?

No, mai. Per me la musica è la cosa più importante. A parer mio il musicista deve imparare a nutrirsi bene, perché prima di essere bravo con gli strumenti deve essere un’ottima persona. E per farlo bisogna alimentare bene se stessi sotto vari aspetti, che poi sono quelli che influiscono sulla nostra vita e sul mestiere che decidiamo di intraprendere. Inoltre, dovere dell’artista è rifuggire l’ignoranza e restare sempre con le antenne alzate, recepire stimoli, viaggiare. Una continua ricerca, insomma, non solo per omaggiare questa arte, ma anche perché non lo fai mai solo per te stesso. E’ come essere obbligati a scovare quanto di meglio ci sia in giro e restituirlo poi a chi ti ascolta.

Una specie di esigenza viscerale quella di “suonare per gli altri” e non solo per se stessi…

I BSBE sono un gruppo che dà il meglio di sé dal vivo: quando saliamo sul palco prendiamo letteralmente fuoco! Se almeno una volta hai provato nella vita una sensazione del genere, poi non ne puoi più fare a meno. La devi continuare a seguire! Poi potrai diventare famosissimo o continuare a suonare fra le 4 mura di casa tua, ma questa sorta di amore nessuno te lo toglierà mai! Ricordati che nel mestiere del musicista c’è sempre una variabile che va considerata: la fortuna. Non dipende direttamente da te, c’è chi ne ha di più e chi di meno.

La musica alternativa italiana riesce ancora a supportare i nuovi artisti emergenti?

Io non credo che in questo momento in Italia si possa parlare di musica alternativa, anche perché ho la sensazione siamo tornati un po’ indietro. Una volta era una degna risposta al mainstream, ma ad oggi è diventato un termine un po’ obsoleto perché praticamente tutto quello che si sente in giro è stato trasformato in pop. Naturalmente c’è anche della buona musica in giro: i BSBE da questo punto di vista secondo me spaccano, perché non vogliamo insegnare niente a nessuno, ma semplicemente divertirci a suonare e far divertire gli altri. Ma non è musica alternativa questa, solo musica “nostra”! Io considero veramente diverso/alternativo tutto ciò che è estremo, ma devi andartelo a cercare in giro per il mondo e tra la gente!

Cosa ascolta Adriano Viterbini quando se ne torna a casa e mette su le cuffie?

Un disco che ho ascoltato di recente e che ti consiglio vivamente è “Eternally Even” di Jim James (frontman dei My Morning Jacket), realizzato interamente senza chitarra: superbo! Poi ci sono gli Unknown Mortal Orchestra, molto psichedelici. Del passato, invece, c’è Betty Davis (moglie di Miles), poi ancora St. Vincent, Jack White e Alabama Shakes. Del panorama italiano, ci sono i Verdena, ma in generale ti assicuro che la lista è ancora bella lunga!

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