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Bud Spencer, il Grande Gigante Gentile del “ceffoni-movie”

Come fare ad uscire dalla retorica e dalle centinaia di frasi e ricordi già postate da ogni parte sui vari social? Dai vari tributi, omaggi e inevitabili denigrazioni che hanno seguito l’annuncio della scomparsa di Bud Spencer? Non è facile, ma bisogna provarci, perchè stavolta è diverso, perchè stavolta non c’entra nulla la celebrità, probabilmente c’entra poco anche la commedia, la morte dello “spaghetti” con il “fagioli-western”, il buddy movie all’amatriciana, e i classici discorsi da analista cinematografico che hanno sicuramente senso e verranno enucleati in ogni dove … ma non in questa sede. Perchè qui l’intenzione è soprattutto quella di rispondere ad un quesito: perchè, al di là dei gusti cinematografici maturati successivamente, i film della coppia Spencer/Hill continuano a mietere un successo spropositato ad ogni passaggio televisivo, perchè tanti, me compreso, li hanno visti decine e decine di volte e continuano a farlo se ci si s’imbattono? Proveremo a rispondere, ma l’analista reclama comunque il suo spazio, quindi ci proveremo dopo un breve excursus della carriera “seria” di Carlo Pedersoli, in arte Bud Spencer.

Diamo il contentino ai cinefili duri e puri, e selezioniamo qualche ruolo drammatico, perchè anche lui ha lavorato, seppur saltuariamente, con i grandi maestri. E non possiamo che partire dal ruolo più iconico di tutti, quello dell’eccentrico Diomede detto DIO con il suo pappagallo Vaffanculo (“invece di chiamarmi Dio, perchè non mi chiamate Dio onnipotente?”) nel terzo capitolo della cosiddetta “trilogia degli animali” di Dario Argento, “Quattro mosche di velluto grigio”, anno 1971. Ma parliamo ancora del periodo precedente alla fama internazionale, anche per la trilogia, questa girata interamente e da coprotagonista, dei western con Giuseppe Colizzi (“Dio perdona … io no”, “I quattro dell’Ave Maria”, “La collina degli stivali”, tra il 1967 e il 1969), epigoni “sporchi” e cialtroni dell’epica leoniana, ma fondamentali per apporre, soltanto l’anno dopo, la pietra tombale sul genere con “Lo chiamavano Trinità” e per la riproposizione stabile della coppia con il biondo Mario Girotti, denominato anche lui Terence Hill per la moda “americana” imperante, biondo e atletico attore già nel cast, tra gli altri, del “Gattopardo” viscontiano. A chiudere, l’ultimo ruolo importante in generale, quello del capitano Andorrano, narratore e pirata di lungo corso, nel magnifico “Cantando dietro i paraventi” di Ermanno Olmi, ode al pacifismo e al perdono, forse l’ultimo grande film del maestro bergamasco.

Ecco, abbiamo dato il contentino ai puristi, ora passiamo a raccontare la Storia. Il sodalizio artistico tra E.B.Clucher (Enzo Barboni) e la coppia Spencer/Hill è uno dei più fecondi della storia della commedia in Italia. Un cinema cartoonesco e slapstick facilmente esportabile e internazionalmente comprensibile, che innesta la coppia nei generi più disparati sfruttandone gli stereotipi per smontarli uno dopo l’altro, grazie all’ingenuità e al senso di giustizia, spesso sbandierati in maniera totalmente involontaria.

Elenchiamo i film di Clucher con la coppia, i due “Trinità”, “I due superpiedi quasi piatti”, “Nati con la camicia”, “Non c’è due senza quattro”: i migliori in assoluto tra i diciotto film interpretati da Spencer/Hill. Come si diceva in precedenza, attraversano il western, il poliziesco, lo spionistico e non fanno prigionieri, agendo sempre per la giusta causa pur partendo da fini puramente utilitaristici, in questo simili agli antieroi leoniani. Le scene con le scazzottate che tanto ci hanno fatto ridere da ragazzini, coreografate spesso come veri e propri balletti da grandi mestieranti come il maestro d’armi Giorgio Ubaldi, sono solo il primo livello di accesso a questo mondo, la chiave che apre la porta. Ma il motivo per cui io vedo e rivedo questi film, se mi c’imbatto, è un altro: le battute. Enzo Barboni (questo il vero nome di Clucher) non era sicuramente un grande regista ma era un umorista di livello. Se ci si concentra sui personaggi minori, di contorno, su quelli da una battuta e via, si scoprono delle vere e proprie miniere d’oro, di espressione del sentimento popolare(sco) che esprime una totale sintonia con gli ultimi del mondo. Due esempi: una pin-up passa sullo sfondo e dice “Stasera non torno a casa, caro”, entra nell’inquadratura un vecchietto che la segue “Nemmeno stasera?”; interno di un aeroporto, Hill si avvicina ad un inserviente di colore chiedendo “dov’è il cesso?” (personaggi incolti, di puro istinto, dicono “cesso” non toilette), l’uomo posa la ramazza, si fa una gran risata, e dice “Amico mio, il mondo è tutto un cesso, ma quello che cerchi tu è in fondo a destra”. Capite cosa voglio dire? Personaggi di puro istinto, uno sceneggiatore di puro istinto, saggezza popolare, un cocktail esplosivo (come quello offerto a Hill nel celebre scambio al bar che inizia con “VachEnza, James Bond si è mai preso una vachEnza?, dove quella E è il tentativo del popolo di sembrare chic, di adeguarsi al contesto estraneo).

Ora abbiamo concettualizzato un po’, e quindi dovete permettermi per un attimo di abbandonarmi al cuore. La fisicità di Spencer è il suo solo grande contributo al mondo del cinema, quella e nient’altro, un puro corpo, un attore biomeccanico nel senso dell’educazione teatrale di Vladimir Mejerchol’d, e non mi si dia del profanatore ad accostare mondi così apparentemente diversi, l’arte è una e va analizzata a 360 gradi. La voce di Spencer era bruttina, e l’icona si forma grazie al doppiatore Glauco Onorato e alla sua calda e squillante voce, ebbene sì, formata a teatro (vedete che tutto si tiene?). A Carlo/Bud veniva chiesto principalmente di mantenere la sua fissità imbronciata, non di agire ma di REagire al contesto in cui veniva immerso, e di cambiarla violentemente non più di un paio di volte a pellicola, per amplificare l’effetto straniante e comico a dismisura. Faceva (forse) poco, ma lo faceva benissimo, tutto qua, ecco il segreto, ecco la formula magica.

Per questo non mi coinvolgono molto le morti degli artisti, quando ormai sono anziani e hanno smesso di lavorare, specie gli attori, che VEDIAMO sullo schermo: perchè non muoiono! Lasciando da parte l’aspetto umano, scontato e appartenente comunque ad una sfera che concerne più la galassia degli affetti privati, non ha senso struggersi troppo per un anziano attore dipartito. Perchè tutti siamo degli sciamani, e possiamo riportarlo in vita in pochi secondi, non bisogna nemmeno cercare un DVD, basta andare su Youtube, è una delle mille declinazioni del concetto di “magia” del cinema. E quindi non m’importa molto del record italiano nello stile libero del nuoto, non m’importa NULLA della candidatura con Forza Italia nel 2005, perchè quello è Carlo Pedersoli e io Carlo Pedersoli non lo conosco. Conosco a menadito Bud Spencer, il mio primo e vero supereroe, che imitavo nelle movenze quando a scuola mi tormentavano i bulli, che mi faceva ridere nelle serate estive, che continua a farmi ridere ogni qualvolta ho bisogno di lui, come e più di un amico, un padre, un fratello maggiore. Io vado a rivedermi le gesta di Bambino per l’ennesima volta, e riderò a crepapelle quando un frate gli si avvicinerà ancora una volta dicendogli “Sia lodato Gesù Cristo” e lui, ancora una volta, risponderà “Perchè?”.

P.S.: si poteva parlare di Micalizzi e del suo tema immortale, di Corbucci, del “Banana Joe” di Steno, di “Porgi l’altra guancia” e della teologia della liberazione, ma sarà, forse, per un’altra volta …

 

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