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BunChaKeze: Dream a little dream of me…

I BunChakeze fanno prog rock, e lo sanno fare bene. Provengono da quell’Inghilterra che ha dato i natali a Yes, Emerson, Lake & Palmer, Pink Floyd, che, insieme ad altre grandi band di stampo classico, hanno scritto la storia del genere progressive. Ma è anche il paese dei The Darkness, con i quali la band di Colin Tench condivide alcuni aspetti, quali l’atteggiamento scanzonato e bohémien, e soprattutto i lunghi anni di gavetta, passati a suonare un po’ ovunque in giro per il paese.
E l’anno scorso, finalmente, è uscito il loro album di debutto, “Whose Dream”?, che li ha imposti come una delle sorprese musicali dell’ultimo periodo. Abbiamo raggiunto il leader Colin Tench, che ci ha raccontato come è nato il progetto Bun, cosa significava fare musica nei gloriosi anni ’80, e, soprattutto di quel particolare sound Zep/Heep che li contraddistingue.

Qual è l’idea dietro il vostro nome?
Abbiamo iniziato a fare le prove sotto il nome di DDT, che corrispondeva ai nostri cognomi. Poi, suonando, ci siamo accorti di aver apportato delle modifiche sostanziali al nostro stile, e così l’abbiamo chiamato “mazzo di chiavi”, cambiandolo prima in Bun Chakeze e poi in BunChakeze, ottenendo così una parola sola, e poi abbiamo chiamato la band con quel nome. È sempre il problema di come nominare il gruppo e poi di scoprire che esistono altre 3 band al mondo con quello stesso nome, come gli Odin! Nessuno si è mai chiamato BunChakeze, quindi abbiamo scelto bene. È stata anche una sfrecciata alla musica mainstream, dato che l’ambiente è così disinteressato verso ogni tipo di musica che provenga da gruppi senza un monicker semplice e breve. Essere bravi è diventata una cosa secondaria!

Ci racconti in breve la storia della band? Gli inizi come Odin, poi il passaggio a Bunchakeze?
Odin fu creato da Gary Derrick nel 1980, e io lo incontrai nel 1982 perché stavanno facendo delle audizioni per chitarristi. Anche se il loro scopo non era quello, scelsero due di noi. Avevo una chitarra doppia e credo che ciò li avesse impressionati. Anche se non avevamo un secondo chitarrista nei BunChakeze, abbiamo continuato a scrivere musica per due chitarre perché ci piaceva il suono che avevano.

E cosa ci puoi dire della tua esperienza con Odin of London?
Con Odin componemmo, provammo e suonammo in giro per Londra. Eravamo un combo di sei persone e sentivamo la pressione di dover andare d’accordo per ottenere più date. All’epoca la parola prog suonava molto male. Durante il primo anno, abbiamo cambiato il batterista e Cliff Deighton si è unito a noi. Questo si è rivelato negativo, perché Cliff era completamente influenzato dai Rush e da tutto il prog, ma era anche un bene perché ha portato gli Odin ad un livello nettamente superiore. Odin era una vera band, aperta a tutte le influenze. Eravamo una rock band con due chitarre soliste, le tastiere, batteria pesante e lunghe canzoni: il nostro destino era segnato. Ora abbiamo realizzato in digitale “The London Tapes”, disponibile su CD baby.com.
Gli Odin sono finiti nel 1984 e tre di noi hanno dato vita ai BunChakeze, ma solo con l’obiettivo di registrare del materiale. Avevamo pensato di produrre un intero album senza alcun sostegno economico e poi di presentarlo alle case discografiche. Abbiamo fatto proprio così ma questo non ci ha portato da nessuna parte, dato che egistrare l’album era molto costoso in quel periodo. Le case discografiche avrebbero davvero dovuto ascoltarci meglio perché, secondo me, abbiamo dimostrato di essere seri, e dannatamente bravi!

Ci parli del processo compositivo di “Whose Dream”? chi si occupa principalmente del songwriting a chi di scrivere i testi?
La composizione delle canzoni era stata differenziata per sembrare quella di una vera band. Io non scrivo i testi ma sono Gary e Cliff a occuparsene, dato che scrivo la maggior parte della musica con Gary. Io e lui abbiamo delle influenze musicali molto diverse, e la loro combinazione funziona bene. Per farti un esempio, “Flight Of The Phoenix” è tutta di Gary e “The Deal” è soprattutto mia. Sono diventate le canzoni preferite delle persone che amano l’album!
Si può sentire l’effetto che Cliff ha sulla batteria: non riesce mai a tenere il ritmo, lo fa suo, lo conduce e rende ogni canzone particolare. Nel mix si può sentire che abbiamo tenuto Cliff a volume alto e chiaro. Mi piace questo particolare del mixaggio.

Chi si occupa principalmente del songwriting, e chi di scrivere i testi?
Di solito me ne occupo io, ma devo ammettere che, anche se Joey Lugassy si è unito a noi troppo tardi per scrivere alcune delle canzoni, ha avuto un forte impatto su di esse. È un grande cantante e questi pezzi non erano facili da cantare. Le ha interpretate in modo personale ed ecco perché volevamo lui. Credo che ciascuno di noi sarebbe difficile da sostituire senza alterare completamente il suono della band.
Le mie canzoni preferite sono probabilmente “Midnight Skies”, che è quella che alle mie orecchie ha il suono più pulito (le parole di Gary e la mia musica), e “Handful of Rice” (testi di Cliff), che mostra la direzione in cui ci stavamo muovendo alla fine del processo di scrittura. Stavamo migliorando.
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Quali sono le vostre influenze principali?
È meglio descrivere le influenze che risalgono all’epoca in cui abbiamo composto l’album. Le mie erano le band più famose degli anni ’70: Led Zeppelin, Genesis, Yes, Pink Floyd e Beatles. Oltre alle band meno conosciute, come Uriah Heep e Focus, ad esempio. Cliff aveva più o meno le stesse influenze ma amava anche i Rush, infatti Neil Pert è uno dei suoi eroi, basta ascoltare il modo in cui suona! Gary ascoltava soprattutto Deep Purple, Rush e Whitesnake, e queste diverse influenze hanno fatto di noi una buona squadra. Non è auspicabile avere sempre gli stessi gusti in una band o il risultato finale può essere molto noioso.
Di recente, c’è stato un ritorno in grande stile della buona musica, grazie a formazioni come Dream Theater, Spock’s Beard, Ayreon e Porcupine Tree, cosa che mi ha reso ottimista sul futuro della musica. E queste sono diventate anche le mie nuove influenze!

Come descriveresti il vostro sound?
Mah, io ho dato un forte input al sound dei BunChakeze perché ho suonato tutte le chitarre e i sintetizzatori, quindi ho suonato le cose come volevo io. La gente dice che assomigliamo un po’ a Genesis e Pink Floyd, ma in realtà che non siamo uguali a nessuno dei due. Di solito tendiamo a scrivere canzoni indipendenti piuttosto che concept album, cosa che disturba alcuni perché non riescono a catalogarci in alcun modo se non come “crossover”, ed è un appellativo che mi piace. Io uso spesso la dodici corde e questo a volte produce quel tipico suono Zep/Heep; Gary usa un basso Rickenbacker, che contribuisce al classico prog sound degli anni ’70. Non siamo dei virtuosi, quindi le nostre sonorità tendono piuttosto al melodico con molte chitarre!

Avete cominciato a suonare in un’epoca in cui internet non era ancora utilizzato per far conoscere la propria musica, e non esistevano i social network: in termini di contatto con il pubblico, quale periodo preferite? La metà degli anni ’80, quando l’unico modo di farsi conoscere era suonare dal vivo, o adesso, con l’uso preponderante di internet?
Gli anni ’80 sono stati l’inizio dell’epoca negativa, dato che noi musicisti eravamo tutti alla mercè delle grosse case discografiche. Noi e i fan non avevamo alcuna voce in capitolo su ciò che potevamo ascoltare. L’unica buona musica facile da trovare era prodotta dai supergruppi come li chiamano di solito, degli anni ’70. Anche i pub smisero di permettere alle band di suonare, visto che guadagnavano di più con i tavoli da biliardo, i jukebox e poi la tv. Senza molti soldi da investire, era impossibile iniziare una carriera come band.
Ora i problemi sono opposti: abbiamo più possibilità di essere ascoltat, ma il fatto che sia facile registrare un disco e aprire un sito web significa che possono farlo tutti. Quindi ci perdiamo fra le migliaia di musicisti e di formazioni. E perciò continuo a preferire il vecchio metodo.

E come avete intenzione di promuovere ‘Whose Dream’?
Stiamo utilizzando Facebook, il sito di Reverbnation e la nostra pagina web ufficiale, oltre ad altri siti internet. Costa molto tempo ma stiamo riscuotendo un certo successo, e siamo appena stati così fortunati da avere un aiuto dalla Melodic Revolution per le vendite e la promozione. Il loro obiettivo primario è quello di aiutare i musicisti indipendenti e chi fa musica no-profit. È un’ottima strada aperta sul futuro per tutti noi!
L’altra cosa che abbiamo fatto e che raccomandiamo ad altre band è di prendere contatto con altri grandi nuovi musicisti in circolazione e di conoscerli, aiutandosi poi l’un l’altro. Se mi piace una band, aiutarli è semplice: parlo di loro con la gente! Se tutti lo fanno, riusciremo ad ottenere una maggiore visibilità in internet e in radio. Le stazioni radio indipendenti sono un altro grande cambiamento rispetto al passato e amano scoprire e suonare la musica ancora relativamente sconosciuta.
Se questa comunità cresce, non ci sono limiti a ciò che possiamo fare. La musica fatta per il bene della musica invece che per i soldi può portare molti ad essere pagati per il loro talento e i loro sacrifici. Così non avremmo bisogno delle etichette del passato, così come loro non hanno mai avuto bisogno di noi.

Che progetti hai per il futuro?
Il lavoro impiegato a produrre e a promuovere l’album ha in un certo senso occupato tutto il tempo che avevamo a disposizione. C’è ancora molto da fare ma il nostro scopo è sempre stato quello di uscire e suonare la musica di fronte al pubblico, ed è ancora il nostro obiettivo principale. Al momento, sto lavorando ad un nuovo progetto con Andres Guazzelli, un compositore argentino, e anche a qualcosa di mio. Con l’andare del tempo, dovrebbe esserci anche del nuovo materiale dei BunChakeze!

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