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But can you fake it, for just one more show

DatchForum, Assago (MI)
02/02/2008

È la volta del ritorno sul suolo italico degli Smashing Pumpkins, risanati dal massaggio cardiaco praticato dalla mente del gruppo, Billy Corgan, evidentemente stanco degli insuccessi degli Zwan al punto di gridare al mondo la volontà di recuperare la sua vita e la sua band. E così, dopo il mancato sbarco italiano del gruppo la scorsa estate a causa dell’uragano a Venezia, Corgan e la carovana dei sosia di D’Arcy e di James Iha rimettono finalmente piede in quella stessa venue che aveva segnato la chiusura italiana del primo capitolo della carriera delle Zucche nel 2000.

In un Forum che non registra il sold-out, l’organizzazione decide di delimitare la zona sotto al palco, riservandola ai soli possessori di un braccialetto distribuito poco dopo l’apertura dei cancelli. Un servizio di sicurezza irremovibile non cede alle suppliche di coloro che il braccialetto non hanno fatto in tempo a riceverlo, nonostante l’area circoscritta rimanga inspiegabilmente semi-deserta durante l’esibizione principale. Un’operazione poco condivisibile ma un dato di fatto che fa sembrare più affollato il locale… casualità o scelta consapevole?

L’intero stage presenta un fantastico impianto luci, che accompagna l’ingresso sul palco del quintetto statunitense. Si parte dalle note della dolce “Porcelina Of The Vast Oceans”, tratta da quel capolavoro che è stato “Mellon Collie And The Infinite Sadness”. L’audio si attesta appena sotto gli standard, compensato dall’esecuzione tecnica impeccabile. Gli inconfondibili toni vocali metallici di Corgan si amalgamano lentamente a questa suite lunga oltre 8 minuti, che fa presa sui fan più accesi e incanta anche i meno convinti. Rotto il ghiaccio, il primo vero hit proposto è “Tonight Tonight”, accompagnato in coro da buona parte del pubblico. Si sogna con “Try, Try, Try” e con i brani successivi di questa prima parte del set dai toni fin troppo pacati, che malauguratamente non incoraggiano la partecipazione dei presenti.

Il risveglio della band e del pubblico si compie però con l’anthemica “Today” che, posizionata intorno a metà set, segna l’inizio di una sequenza di rock più tonante. Da segnalare la riarrangiata “Ava Adore” che, episodio eccelso su disco, viene qui accelerata e indurita nei suoni, perdendo quasi del tutto il pathos originario. Peccato. In chiave simile viene eseguita anche un’altra celeberrima hit della band: “Bullet With Butterfly Wings”, anche se in questo caso il nuovo arrangiamento riesce a non essere così stridente. Tra un cambio di chitarra e l’altro del calvo frontman l’attenzione generale cala, in particolare durante i brani meno conosciuti, tratti dal recente “Zeitgeist”. Sembra che dal palco il magnetismo iniziale si sia un po’ perso e che il vocalist in gonnella questa sera non faccia sforzi per ristabilirlo. Il muro di suono che proviene dal palco crea una voluta sensazione di pastosità su molti dei brani e si fatica a riconoscere alcuni pezzi del medley che include, oltre ad alcune citazioni chitarristiche degli Iron Maiden, una cover di “Easy Living” degli Uriah Heep. Ultimata la parte rumoristica/strumentale, Corgan appare un po’ più sciolto e riesce persino a ringraziare il suo pubblico, a constatare di avere di fronte delle “beautiful faces” e ad azzardare traduzioni in italiano (“bella… bella something”).
Il finale affidato a “Cherub Rock”, dopo due ore abbondanti di spettacolo, riesce ad emozionare un poco, ma si tratta di una delle rare fiammate accesesi ad Assago. Nonostante la perfetta esecuzione di tutto il set, la sensazione è stata quella di aver assistito ad una performance molto più cerebrale che emotiva, quasi un’arida sequenza di brani senza un filo conduttore, apprezzabile per i più accesi sostenitori del gruppo ma davvero troppo sterile per tutti gli altri.

Maria Luisa Spagnuolo
[PAGEBREAK]“Hey come è andato il concerto?” “Be’, mi andava”

PalaMalaguti, Bologna
03/02/2008

20:59 e 57 secondi, 20:59 e 58, 59 secondi…21!
Precisi come un orologio svizzero (ma sarà vera sta leggenda?), salgono sul palco i nostri Smashing Pumpkins, reduci la sera prima da una data al DatchForum di Milano.
“Ma sono solo uno squallido tentativo di salvataggio di ciò che già con gli Zwan era stato distrutto!”
“Billy Corgan non ha più nulla da dire, ha solo voglia di guadagnare qualche dollaro!”
“Avevo già capito che erano morti, dai tempi di “Adore” io”
“Il nuovo album sembra rubato da sotto il cuscino del cantante dei My Chemical Romance!”
Ok, lasciando queste infinite diatribe agli aspiranti filosofi della musica e del suo rapporto con il tempo, dal canto nostro, siamo qui unicamente per parlarvi del concerto in sé.
Dove eravamo rimasti? Ah sì, sono le 21. Il Palamalaguti è pieno per metà; il pubblico è al limite dell’eterogeneità, fra curiosi e nostalgici.

Scenografia inesistente, giochi di luci medi ma tutto sommato piacevoli.
Apertura affidata a “Porcelina Of The Vast Oceans”, legata immediatamente tramite feedback a “Behold! The Nightmare”. Sinceramente ci si aspettava una partenza più carica, più coinvolgente: forse una specie di sfida, ma più che con due pezzi del genere, si sperava in un inizio rumoroso, pieno, liberatorio. Vuoi la rinomata scadente acustica del palasport, vuoi la lunga assenza dalle scene, aggiungici i mille chiacchiericci generati appunto dall’annuncio di questo tour, ne risulta che non si poteva pretendere il pieno coinvolgimento emotivo di tutti sin dalla prima nota. Per carità, pezzo spettacolare “Porcelina”, ma nonostante la perfetta cadenza della chitarra, e i cambi d’intensità, il corpo è ancora intimidito, incerto. Sprecata. Le mani non sanno se issarsi o restare nelle tasche, la mente è in pieno contrasto fra l’ossessiva sensazione di essere davanti ad un televisore e quella percezione inconfondibile d’emozioni che questi brani hanno procurato a tanti animi.
Segue “Bring The Light”, dal nuovo album, una delle canzoni più banali e ripetitive del cd, cogliendo l’occasione per un duetto con la tastierista Lisa Harriton.

Oddio, oddio. No. “Tonight, Tonight”. Lacrimucce. Oddio. Lanciandosi alle spalle qualsiasi pregiudizio, il coinvolgimento è inevitabile. Colpa di Billy e dei suoi compari, che a forza di accennare 30 secondi ogni pezzo prima di dargli forma, ti rendono l’attesa snervante, e l’inizio conseguentemente liberatorio. Seguono incredibilmente “Mayonaise” e “Try, Try, Try”. Ancora feedback, un po’ di scuola My Bloody Valentine, un po’ Motorpsycho, e attaccano con un altro brano del nuovo “Zeitgeist”, ovvero la troppo pop-giocosa “C’mon Let’s Go!”, alla quale segue l’inedita “Stellar”.

Ecco il primo dialogo che prende forma: “We’re The Smashing Pumpkins, and this is from the Ava Adore”. È “Perfect”, in versione acustica, con mister Chamberlain al cembalo, e sotto al centinaio di cellulari che ondeggiano, è tutto un focolare di voci, che cantano all’unisono. Proseguono con “Lily (Me One And Only)”, con i dubbiosi coretti della bassista Ginger Reyes e della tastierista, per un giocoso stacchetto, e con “The Rose March”, estratta dall’EP acustico appena uscito. Sono le note iniziali di “Today” a fare nuovamente impazzire il pubblico, a cui verrà lasciata cantare la prima parte. Nonostante abbia perso un bel po’ di quell’arroganza che celava nel suo sguardo, lì sta Billy; magrolino, incassato fra le spalle, buffo e dolce. Pare uscito da un film di Tim Burton. Chi l’avrebbe immaginato il boato scatenatosi per “Tarantula”? Pubblico in estasi, tutti trasformati in ragazzini, che si emozionano con “Stand Inside Your Love”, e si biforcano quando parte la perennemente discussa versione dal vivo di “Ava Adore”, da un lato strabuzzando alienati gli increduli occhi, dall’altro rischiando il collasso in un fragoroso pogo. Quel simpaticone di Billy minaccia i presenti mostrando i muscoli: “I’ll kick your ass”. E in vena di classiconi, “Bullet With Butterfly Wings”, riarrangiata alla distorta velocità di 150 km/h; non riesci a fermare un treno che ormai è partito. C’è chi critica un live set che da 10 anni si ripete, c’è chi apprezza il modo in cui hanno adattato le canzoni per i concerti, che chi ne rimane sbigottito. A metà concerto possiamo buttare già due impressioni sulla formazione attuale: Chamberlain sempre grandissimo, chitarra, basso e tastiere in assoluto secondo piano, e Billy…be’, Billy. Non è più accattivante come un tempo, e, maledetta genetica, la voce appare innocente, non più tormentata e angosciata, e quello che è peggio, perde d’espressività.

Basta, basta. Hey ma cosa sono queste chitarrine versione flamenco? “1979″ acustica! A teletrasportarci nuovamente nel 2008 è “That’s The Way (My Love Is)” targata “Zeitgeist”, riprodotta con il duo piano-chitarra e a più voci. Sì ok, troppi coretti nel nuovo album, troppo pop, troppo ritornello, poche emozioni genuine. Troppa velocità, parti strumentali orecchiabili, niente cattiveria. Ci siamo persi un’altra volta. Ah si, c’era un piano che suonava. Allora passiamo alla divertente cover di “My Blue Heaven”, per poi essere introdotti dal singer ad un “rock’n’roll party”, dove stavolta le tastiere si sfogano a suon di echi psichedelici anni ’70, e si susseguono senza sosta “Everlasting Gaze” e “Cash Car Star”. Non è ancora stato dato abbastanza spazio all’abile Chamberlain, quando iniziamo a percepire “United States”, che sembra essere stata inserita apposta nell’ultimo lavoro, per il puro gusto di eseguirla ai concerti. Caotica più che mai, velocizzata, dopo aver sprigionato lo sfogo pronosticato, per ben 10 minuti di noise, anticiperà l’uscita del gruppo. Ma và, sono di nuovo sul palco. Dopo “I Don’t Mind” Billy si prende qualche minuto per un paio di battute: “Tired? …I’m never coming back” e per degli scontati aforismi anti-guerra-terrorismo-governo. Ancora qualche frase ironica, collegandosi alla bella bassista Ginger Reyes, “I Know she believes in free love. Just men, not boys” e a sé stesso, “See you in 10-20 years, when I’ll be like…42…long hair..”. Sembra proprio divertito, e che piega prendere in questi casi? Una sportiva! “Football? Italian football?”. Spettatori stuzzicati a sufficienza, attaccano con “Cherub Rock”, per un ultimo boato.

Rimarrà deluso chi si aspettava “Zero”, i felponi, il sudore e i capelli lunghi, e chi attendeva che Billy facesse stage diving travestito da zombie. Rimarrà soddisfatto chi purtroppo nel ’90 non c’era e se li è per colpa sua persi, e fucilato dai cultori voleva realizzare un sogno, pronto ad aspettarsi di tutto, pur di realizzarlo. Rimane in dubbio che faccia farà durante il viaggio di ritorno chi è 20 anni che segue gli Smashing, e voleva vedere cosa stessero combinando.

Sono secoli che la gente continua ad andare a vedere i vari Led Zeppelin, Sex Pistols, Deep Purple e compagnia bella, e la metà vanno e vengono sempre per raccontare le stesse identiche cose. È ora di fare basta.
Normale amare per 10 anni un gruppo e dopo che esso ha toccato l’apice del maestoso, restare deluso se poveretti dopo altrettanti anni non “hanno più la stessa voce”, non “trasudano più emozioni vere e sporche”, son cambiati. Ma bisogna ben stare attenti a distinguere il calo dallo schifo. Perché in vari, se avessero ascoltato i nuovi Smashing (ok, ok, il nuovo Billy) senza sapere chi fossero, avrebbero pensato “non male”. Credo che l’obiettivo di Corgan fosse chiaramente quello di farsi due soldi, di vivere come ha sempre fatto, di suonare, come crede.
Tutto sommato, un bel concerto. 2 ore e mezza, 28 pezzi, e così, se permettete, si fa. Siamo nel 2007, di tempo ne è passato.
Non ci saremo sentiti negli anni ’90 a Chicago, non avremo sputato fuori tutti gli sfoghi del mese, avremo pianto meno di quello che sarebbe potuto succedere 10 anni fa, ma sapete? Sono stati proprio belli, sì, sono proprio belli da vedere.

Beatrice Pizzi

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