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C’è qualcosa di grande fra di noi… Peavy!

07/07/2006

La stanchezza si fa sentire e l’area camping vede un rinnovo delle tende-abitazione, alcune distrutte dalla furia della tempesta di ieri, altre semplicemente smontate dai rispettivi proprietari per l’obbligato ritorno a casa “del lunedì”.

I concerti iniziano nel tardo pomeriggio con gruppi di medio livello quali Nightmare (power/heavy metal) e Misery Speaks (melodic death/metalcore), che propongono tra gli altri due brani dall’ultimo album, “Sentiment Is Missing” e “To My Enemy”.
Seguono sulla medesima scia i Mystic Prophecy e i norvegesi Sahg, ma la gente inizia ad accalcarsi perché sta per cominciare la parte più interessante del quarto giorno: arrivano i Rage.
Sul palco compare un essere titanico, non solo per la sua importanza musicale. Il suo nome è Peter Wagner detto “Peavy”, uomo imponente e voce strepitosa.
I problemi di audio, purtroppo, si palesano anche in questa esibizione, ma la personalità della band ne permette il superamento sin dalle prime battute. L’incipit è da urlo grazie alla prima canzone del loro nuovo e diciottesimo album, “Carved In Stone”, brano che consente anche un ulteriore assestamento dei volumi di palco. I soli di chitarra di Victor Smolski sono centro nevralgico dell’intero concerto, mentre batteria e cori portano il pubblico a cantare a squarciagola abbracciandosi e coinvolgendo altra gente inizialmente poco interessata.
Si passa a “Refuge” e subito dopo a “No ‘Fucking’ Regrets”: il feeling tra i componenti è oramai consolidato, dopo innumerevoli cambi la situazione sembra stabile e ben azzeccata e la prestazione diviene sempre migliore soprattutto all’arrivo di “Lost In The Boy”, “Going Down” e “Set This World On Fire” dove tutto diviene puro tripudio d’energia e un’emozione fortissima induce chiunque a saltellare cantando:
“Raise your head, it is time to burn
You’ll set this world on fire
All you had’s gone with no return
You’ll set this world on fire
Set this world on fire…”
Il set vira lentamente verso la conclusione, ma la partecipazione resta altissima fino allo strepitoso medley composto da “Long Hard Road”, “Highter Than the Sky” e “Don’t Fear The Winter”: strepitoso.
Nonostante un “we want more” urlato a più riprese dal pubblico, il combo teutonico abbandona lo stage per lasciare spazio al gruppo successivo.

Il pathos è ancora alto ma il testimone ora passa ai Soilwork, i quali, smaniosi di convincere, partono in piena con “Sworn To A Great Divide”, tratta dall’ultimo album, e “Bastard Chain”.
Bjorn non sembra in forma, anzi appare piuttosto alterato scoppiando a ridere senza motivi apparenti in diversi frangenti, ma l’intesa con la gente è totale e dopo un paio di brani arriva a pieno regime vocale. Ed è proprio con l’energica “Nerve” che si scatena, iniziando a cantare a dovere, come solo lui sa fare, e ricordando molto i vecchi tempi in cui le parti pulite non erano contemplate e la voce rombava forte come un tuono.
Il concerto continua con “Rejection Role” e “Exile” mantenendosi alto e potente anche con le successive “As The Sleeper Awakes” e “20 More Miles”, dove la tecnica esecutiva proposta su cd viene riportata senza troppi problemi anche in sede live. Insomma, una gradita riconferma.
Ma ora, signore e signori, è tempo di una performance elettrizzante e gloriosa, quella dei cattivissimi Morbid Angel.
Che ci si creda o meno, la vita può anche cambiare dopo un live del genere e dopo essersi sentiti perforare il cuore e i polmoni da tracce come “Pain Divine”, “Maze Of Torment” e ancora “Immortal Rites” e “Fall From Grace”. Vincent è un personaggio unico e fascinoso, nonché ipnotico: quando compare suglli schermi laterali si prova un certo timore e a sentirlo cantare si trema per la scossa di adrenalina che emana la sua figura.
I suoni sono pesanti, il riffing veloce e molto tecnico, la batteria devastante, le corde massacranti. Sembra che non vi saranno superstiti.
Parte l’intro di “Evil Spell” e Tolmin viene assordata da un boato. Il pubblico gradisce.
Delirio. Frenesia. Delirio.
“God Of Emptiness”.
Non servono parole.
Una performance che lascia in coma emozionale. Solo delirio d’estasi e applausi.
Difficile, a questo punto, tornare in tenda e riposare, ma la stanchezza fisica ha lasciato il segno.
E domani è un altro giorno.

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