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C’era una volta il nu metal

E tutti erano felici. C’era una volta il nu metal e bastava indossare braghe XXXX(X)L, imbracciare uno strumento, urlare in un microfono e si vendeva. Ok, non esageriamo. C’era una volta il nu metal e perfino band tipo i Taproot avevano un discreto successo.
E poi? E poi, come ogni fenomeno di massa, collassò su sé stesso, soffocato dalla noia.
Ci fu chi sparì del tutto (onestamente, chi sente la mancanza dei Limp Bizkit?), chi sopravvisse cercando di rinnovarsi (diciamo i Deftones), chi ne uscì fuori trionfalmente (i Linkin Park; almeno a livello di vendite, si intende), chi proseguì per la propria strada (tossica in questo caso, riferendoci agli ottimi American Head Charge).
In verità, il nu metal non è mai esistito. Tanto come il grunge. Era solo un’etichetta, di quelle che usano i portali (non LoudVision) per categorizzare le band.

Ma se mai fosse esistito… il gruppo più rappresentativo sarebbero stati i Korn.
Un esordio al fulmicotone, di quelli da mandare nello spazio assieme ai Beatles, due seguiti ugualmente dirompenti (o quasi) e poi… i primi Issues. Lavori validi, sì, ma certamente non Intoccabili. Quindi Jonathan Davis e soci si sono Guardati Allo Specchio e devono essersi incazzati. Ne è scaturito un album che richiamava chiaramente gli esordi della band, e tutti noi children of the korn ne siamo rimasti soddisfatti. Eccome. Mossa premeditata o semplice necessità artistica? Chissenefrega.
E poi, ancora problemi. Quelli che devono aver confidato a una qualche troia, chiamandosi il tour di stasera “Bitch We Got A Problem”. Non so voi, ma io quasi trovo più di buon gusto, come nome per una tournée, quell’”Hitler World Tour” visibile su alcune t-shirt, macabra presa in giro della seconda guerra mondiale.
I problemi, comunque, si manifestarono tutti in studio. Due lavori fiacchi, l’abominio dell’unplugged. Quando lo vidi, su MTV Pulse mi pare, il primo istinto fu quello di salire sul tetto, sradicare il piatto della parabola e lanciarlo. E, tanto era lo sconforto, seguirlo a ruota.
E invece no.
Invece stasera siamo al Datchforum, a Milano, a vedere per la quarta volta come se la cavano sul palco i… tre, non più cinque, di Bakersfield.

I tempi dei sold-out di default sono per loro ormai lontani, e devono essersene accorti bene i bagarini, che vendono i biglietti a 20 miseri euro senza battere ciglio. “Miseri” perché, coi tempi che corrono, entrare a un concerto “grosso” per soli 20 euro equivale a, che ne so, assistere a un’uscita intelligente di Mastella. ‘Nuff said.
Il ritardo col quale arriviamo ad Assago ci fa perdere l’esibizione di Deathstars e Flyleaf, e quando scendiamo le scale del Forum trovo Davis intento a urlare in faccia alla sua sensuale donna-microfono tutta la sua rabbia.
“Right Now” in apertura è una chiamata alle armi e il Datchforum, sorprendentemente gremito, stasera ha voglia di combattere. L’ultima volta che li avevamo visti, al Gods Of Metal 2006 (l’unica edizione decente della storia), sul palco presenziava un cavallo umano intento a suonare le tastiere. Questa volta non ci sono animali on stage; tuttalpiù nel pit, dove i corpi volano nemmeno fossero uccelli.

Il suono non è certamente dei migliori, ma poco pare importare ai motherfuckers del pubblico, che però accolgono in modo ben diverso le canzoni degli esordi rispetto a quelle più recenti. Così la doppietta “Hold On” e “Starting Over” viene accolta bene, ma nulla ha a che fare col delirio collettivo di una “Faget”, vero e proprio inno di tutti gli emarginati e uncool di questa terra.
Il collo di Davis potrebbe essere un trattato sulle conseguenze dell’headbanging, ed è proprio lui, prima di “Falling Away From Me”, ad annunciare il ritorno in formazione, proprio questa sera, di Munky. Il quale non lesina saluti e sorrisi verso un pubblico entusiasta di assistere alla buona prova di Ray Luzier (ex Army Of Anyone) dietro le pelli e di Shane Gibson alla chitarra. Mentre a pestare il proprio basso ci pensa come sempre Fieldy, a giudicare dall’aspetto l’anello di congiunzione fra un aspirante rapper e una cartomante da luna park del sabato sera.

E Davis? Lui è il vero mattatore della serata, è lui che interagisce, è lui che si dimena. Magnetico, prende a piene mani da tutto il repertorio della sua creatura (ma solo un brano da “Take A Look In The Mirror”), fa cantare al pubblico il chorus di “We Will Rock You” dei Queen (durante “Coming Undone”), imbraccia la cornamusa per suonare l’intro di “Shoots And Ladders”, preludio a “Helmet In The Bush” dal primo, destabilizzante, album. Alla fine della serata il più saccheggiato sarà “Untitled”, loro ultimo lavoro, con cinque pezzi suonati.
“Got The Life” ci manda tutti a casa, chi più, chi meno contento.
L’adrenalina non è mancata stasera al Datch, ma alcuni classici del nu metal, ammesso sia mai esistito, decisamente sì.

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