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C’erano e ci sono

I Massive Attack, nella mente dei giovinetti, ci sono sempre stati, e con loro il trip hop, che loro chiamano Bristol Sound, che in origine era un mischiotto di rirmi giamaicani, ska, dub, in levare, hip hop rallentato, house, psichedelia ed elettronica.
In pratica, i primi brani dei Massive Attack erano tutti campionamenti.

I Massive Attack di fatto sono 3D, cioè, Robert Del Naja, unico componente che è sempre rimasto.
Perché in molti, Tricky compreso, se ne sono andati. Molti altri, (Sinéad O’Connor, Horace Andy, Madonna, Tricky, Shara Nelson, Mos Def, Elizabeth Fraser e Tracey Thorn) hanno collaborato con il progetto nel corso degli anni.
Ora nei Massive Attack è tornato Grant Marshall, detto Daddy G, che aveva lasciato la band e che ci è tornato. Basti questo per capire che i Massive Attack sono più come un’orchestra (e in effetti il gruppo di lavoro che ne sottostà si chiama Wild Bunch): si entra, si esce, si prende e si dà.

Sin dalla pubblicazione del primo album, “Blue Lines” (1991), i Massive Attack sono stati caratterizzati dalla fusione di jazz, hip hop, rock ed elementi soul, fusione che ha poi identificato il loro stile nel genere trip hop, che in ogni caso negli anni (soprattutto con “Mezzanine”) si è decisamente evoluto, nonostante la band abbia sempre rigettato qualsiasi forma di classificazione.
I primi album sono prettamente dance, o, per meglio dire, house inglese. Velocissimi e ballabili, per quanto non mancano alcuni pezzi lounge e di atmosfera (ma sempre da club) molto meno arrangiati che non in seguito.

“Protection” (e quindi il cd remixato, “No Protection”) è un album chill out, con pezzi rappati (“Karmacoma”) e RnB (“Sly”), ma anche pezzi strumentali.

Come si diceva, il cambiamento radicale si ha con l’album più venduto e conosciuto (quello con “Teardrop”): “Mezzanine”, che è più dark, più oscuro, più freddo, più lento, più incombente, e suonato quasi interamente; 3D sostiene che questo è anche perché dopo un lungo tour la band aveva appreso maggiormente a ragionare per strumenti più che per campionature: chitarre distorte (Mushroom, uno dei componenti della band, era fortemente contrario a questa svolta stilistica), drum machine, a poco a poco nel gruppo arrivano i musicisti…

3D ritiene che “Mezzanine” sia un album di svolta, dove si inizia a usare davvero gli strumenti (seppure i campionamenti, anche dai Cure e dai Velvet Underground, restano), e in cui le atmosfere dark e ipnotiche si fanno più decise.
In seguito, 3D dichiara che il disco ha molto risentito della divergenza di opinioni tra lui e Mushroom: «Io ero convinto che ci dovessimo allontanare decisamente dal suono e dalla formula di “Protection”, Mushroom sosteneva invece che quella era esattamente la strada da seguire. L’album risente di questa divisione: non voglio dire che sia un brutto disco o un disco di cui non sono soddisfatto, assolutamente: è un grande disco in termini di idee e di suono, ma è anche un disco in cui le canzoni non sono profonde come potrebbero essere. Molte sono state chiuse più per arrivare ad un compromesso che altro, mentre c’erano ulteriori livelli da esplorare che non sono stati approfonditi perché il grosso delle energie se ne andava in questa quotidiana battaglia su quale dovesse essere la direzione nella quale si muovevano i Massive Attack»

Collaborano con la band, alle voci, ancora una volta il cantante reggae Horace Andy, ed Elizabeth Fraser dei Cocteau Twins (“Teardrop”, per l’appunto, la perla del cosiddetto dream dub). Altri brani rilevanti dell’album sono “Risingdon”, angosciante, “Angel”,altro singolo dai toni depressi ed esistenziali, l’intelligente “Man Next Door” e la ballata “Black Milk”. L’album è molto omogeneo pur spaziando tra generi diversi, e questo grazie a un che di dark e malato che pervade tutto il cd, ossessivo, ipnotico, quasi trance.
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Quindi il solo 3D dà alla luce “100th Window” (il titolo rimanda ad un capitolo del “Dictionary Of Now” di Charles Jennings e Lori Fener nel quale si parla di privacy nell’era della comunicazione elettronica, e di come sia tecnicamente impossibile proteggersi al 100% dalle intrusioni del mondo esterno, che non è stato accolto bene dalla maggior parte della critica). Essendo partorito da una persona sola, che guarda da quella finestra sempre aperta che dà sulla sua psiche, è più monocorde rispetto ai precedenti. Insiste e rielabora sempre lo stesso tema. È più lento, più sussurrato e seducente (un po’ come era “Protection”).
Il brano di apertura, “Future Proof”, cantato proprio da 3D (che canta anche “Butterfly Caught”), batte in modo cupo, pulsa, l’atmosfera è malinconica. Un’atmosfera che si getta, tutto sommato, sull’intero album, da “What Your Soul Sings” o “Special Cases” cantata da Sinead O’Connor a “Everywhen” cantata da (ancora lui) Horace Andy.

Nel 2009 esce “Splitting The Atom”, un ep che anticipa l’uscita del nuovo album. Si tratta di quattro canzoni e venti minuti di musica un po’ dark, un po’ dub e ragga, avvicinandosi più agli esordi, con il falsetto di Horace Andy su musiche per lo più suonate.

I Massive Attack diventano quello che sono oggi e che è il Bristol Sound, anche per chi ama maggiormente altre band dell’area (ad esempio, i Portishead): metropolitano, fumoso, cupo, malinconico. È ritmatissimo. È ballabile (di venti secondi in venti secondi) ma mai vorticoso. I testi parlano della città, dell’alienzione, per lo più, sono ossessivi ed ossessionanti, e spesso poco (se non affatto) rassicuranti.

La novità, che magari al giorno d’oggi è meno evidente, ma che negli anni ’90 scombussolò il mondo musicale internazionale, era la capacità di mischiare bianco e nero in qualcosa di tipicamente britannico (si guardi un’esperienza simile seppur molto diversa: gli Asian Dub Foundation): i ritmi caraibici, il dub, con la dance e la techno che tanto in Inghilterra andavano e vanno per la maggiore. Il risultato è sbalorditivo. E a non tutti piace.

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