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  • Cain: The Master Clockwork

    Cain

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Ancora un altro

Prima proposta davvero “metal” per una label che, a dispetto del nome, si è sino ad oggi orientata solo nell’hard rock.
Ed i Cain rappresentano quel lato oscuro e nostalgico del power metal svedese, armato di malinconia e melodia, di riff massicci e sinfonici (vera struttura portante dell’album), strappati all’esperienza più semplicistica del progressive, ma che non disdegna neanche il ricorrente uso delle ballate.

Come loro ce ne sono stati e ce ne sono tutt’ora tanti. Ma, a fronte dell’assenza di originalità, la tutt’altro che esigua presenza di proposte similari testimonia l’esigenza melodica che possiede il pubblico metallaro del nuovo millennio. Anche a costo di ritornelli asciutti e leggeri come quelli che “The Master Clockwork” offre.

L’album, grazie a queste doti, scorre gradevolmente, lasciando tuttavia la consapevolezza di un’opera strappata alle contingenze della moda, senza futuro, senza ambizioni.

L’album acquista spessore quasi unicamente grazie alle atmosfere malinconiche e al potente assetto strumentale. A ben vedere, le stesse melodie, su un’altra base, avrebbero destato un effetto soporifero. Ma la band se la cava bene anche con un arsenale povero, dimostrando di riuscire a confondere con una buona dose di fumo.

Pro

Contro

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