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Calcare le scene

I divi non abitano più qui. Per quanto talentuosi e amati, raramente gli attori italiani riescono a finire davvero negli occhi e sulla bocca di tutti: la fama nella sua accezione più luccicante non è (quasi) più, in questo paese, un concetto che si applica al cinema. Le stelle sono altre. Forse stanno in tv. O forse nemmeno lì, chissà.

Del resto, i nostri interpreti cinematografici migliori sono in gran parte persone che da ottobre a maggio viaggiano lungo la penisola calpestando, sera dopo sera, non i tappeti rossi ma le tavole dei palcoscenici; e non stiamo parlando, per usare le parole di Toni Servillo, dell’«attrice televisiva che alla fine della carriera raccatta gli ultimi successi» o di chi «mette insieme una compagnia in dieci giorni, prova per cinque e poi ne fa un fatto commerciale», ma di coloro che da anni abitano gli spazi dei teatri donando carne, sudore e ingegno.

Toni Servillo è un volto noto, è vero, così come Filippo Timi o Licia Maglietta, ma si pensi anche a quei volti che si fa fatica a collegare ad un nome, a quei corpi che nei film o in tv si fanno spesso carico di ruoli minuscoli e che tuttavia ci stupiscono perché sono così bravi: non sono bravi per caso, sono solo persone che prendono molto sul serio la recitazione, l’interpretazione dei testi, il linguaggio, la musicalità delle parole, il ritmo dei movimenti corporei e su tutto ciò lavorano costantemente sulla scena, attraverso percorsi professionali lunghi e ricchi.

Il pubblico ha il proprio carico di responsabilità e pecca gravemente di distrazione se a uno come Andrea Renzi sul red carpet veneziano di “Noi Credevamo” non vengono buttati baci né chiesti autografi ed è altrettanto vero che in un mondo non perfetto ma almeno vitale, il cinema attingerebbe con più frequenza e entusiasmo dalle compagnie teatrali italiane alla ricerca di protagonisti (e sottolineiamo protagonisti, non tappabuchi di lusso per parti di quarto grado).
Nell’avvilito mondo reale, la filmografia di Fabio Volo appare più consistente di quella di Tommaso Ragno.

Un esempio di scambio virtuoso tra sipario e set cinematografico è rappresentato da “Gorbaciof” di Stefano Incerti, presentato fuori concorso all’ultima Mostra del Cinema di Venezia: che Toni Servillo sia una delle personalità più brillanti e adorate del teatro italiano è ormai nozione ampiamente diffusa, confermata negli ultimi dieci anni dalle lunghissime tournée di “Sabato Domenica e Lunedì” e della “Trilogia Della Villeggiatura”; molto meno popolari sono i suoi compagni di palco e retropalco che pure hanno contribuito in misura determinante alla composizione dei fotogrammi di “Gorbaciof” e che da tempo lavorano alla buona riuscita delle produzioni di Teatri Uniti.

Non solo attori, quindi. Oltre alle interpretazioni di Francesco Paglino, Geppy Gleijeses, Nello Mascia, in “Gorbaciof” troviamo il suono di Daghi Rondanini, i costumi di Ortensia De Francesco, le luci di Pasquale Mari. E la musica di Teho Teardo, che non è figlio di Teatri Uniti ma è padre di alcune delle più significative colonne sonore italiane degli ultimi anni.
Nomi belli da ricordare. Prendiamo nota.

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