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  • Caliban: The Undying Darkness

    Caliban

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Delusione

Questa è la fine cantava qualcuno. E questa è davvero la fine del metalcore. Voluta, cercata, ottenuta. Per lo meno è la conferma della stagnazione totale di idee che sentiamo da qualche mese a questa parte, se si escludono alcune vere e proprie perle (August Burns Red) che emergono da una palude fatta di cloni frangettati oramai allo sbando. Ma veniamo al disco. Devo ammettere che ero molto tentato di risolvere questa recensione con un abile copia-incolla di quella del precedente disco “The Opposite From Within”. Voglio dire, se lo fanno loro perché non posso farlo anch’io? L’unica cosa che mi ha fatto ricredere è stato il fatto che quel disco aveva ricevuto una valutazione troppo positiva, rispetto al valore di questa nuova “fatica” targata Caliban. E che fatica davvero deve essere stata tirar fuori 12 tracce di immobilismo sonoro e piattume totale di idee. Ma il bello non finisce qui perché il combo tedesco (ricordo per chi si fosse perso qualcosa: i Caliban sono stati anni or sono e fino a “Shadow Hearts”, i leader indiscussi, nonché tra i primi artefici, del metalcore odierno) oramai sembra solo in grado di puntare il gruppo americano in voga al momento (in “The Opposite From Within” erano Killswitch Engage, in questo nuovo album sono As I Lay Dying) e scopiazzarne i riff, i vocalizzi e persino la produzione. Prendete l’intro di “Meaning In Tragedy”, aggiungete il chorus di “Confined” ed otterrete “I Rape Myself”. Non scherzo quando dico che la prima volta che sentii il singolo “It’s Our Burden To Bleed” pensai si trattasse di qualche b-side della band di Tim Lambesis. Ma questo è solo uno degli innumerevoli esempi a rischio di denuncia presenti in uno degli album più scontati, deludenti e imbarazzanti usciti negli ultimi anni. Sopratutto quando sopra vedi scritto il nome Caliban.

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