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Californication: More women than writing

Non c’è molto da spiegare, il titolo dice tutto. “Californication”, creato da Tom Kapinos, come molti altri serial della Showtime ruota quasi tutto intorno a un unico personaggio, vero centro e vettore dell’intreccio. Hank Moody è uno scrittore “non praticante”, uno che perde più tempo dietro alle donne e all’alcol (senza essere alcolizzato) che davanti a un pc, a scrivere parole. Hank Moody ha il volto e la sfrontatezza di David Duchovny in un ruolo agli antipodi da quello che lo rese celebre negli anni Novanta: l’agente federale Fox Mulder, alias spooky.

Nel caso di “Californication” diventa arduo stabilire pregi e difetti, perché tendono quasi sempre a identificarsi. A seguito di una prima stagione frizzante e realistica insieme, le successive rischiano continuamente di bloccare personaggi e situazioni in una ripetitività alla lunga sfiancante. La simpatia di Moody, servita dalla recitazione “disinteressata” di Duchovny ha marchiato il personaggio col segno del successo, ma rischia anche di ingabbiarlo in una fotocopia continua di se stesso.

Il punto di forza dello show è costituito soprattutto dai dialoghi. I personaggi parlano del più e del meno e del sesso in particolare – per tenere ben fede a cotanto titolo – con una naturalezza spruzzata di coinvolgente ironia, nello più puro stile comedy della tv americana. L’aria irresponsabile, l’eterna fanciullezza del protagonista fanno il resto. Cosa c’è in fondo di più coinvolgente di uno scrittore dalla frenetica vita sessuale ma innamorato soltanto di una donna, la compagna della vita, madre di sua figlia, che pure non riesce a tenersi accanto proprio per la sua irrefrenabile immaturità?

Ciò rende “Californication” un po’ risaputo, forse, colora i suoi episodi di un meccanismo narrativo che rischia di ingolfarsi a furia di battere sempre gli stessi tasti (leggi, le dinamiche amorose tra Hank e Karen). Soprattutto nelle stagioni successive alla prima, qualche stanchezza la si avverte, in particolare quando il rapporto dei due piccioncini ritrova una stabilità quotidiana. Il motivo è semplice: Hank, per esprimersi al massimo delle sue potenzialità, deve restare un cane sciolto (in amore e non). Lo spettatore adora il personaggio perché ama la sua natura libera e libertina, manifestazione eclatante di un doppio ideale che tutti vorrebbero inseguire. L’intuizione vincente di Kapinos, però, è stata quella di sapersi fermare, di non esaltare troppo unilateralmente il suo personaggio che invece riserva continue ombre e fallimenti, che se non rompono l’atmosfera comedy contribuiscono a creargli intorno un solido realismo, cui contribuiscono i personaggi di contorno. Dal suo agente, che vive sua volta speculari complicanze matrimoniali e sentimentali/sessuali, alla figlia del nuovo fidanzato di Karen, un peperino che rischia di diventare una mina vagante nella vita di Hank (anche perché il nostro scrittore ci finisce a letto senza conoscere – ancora – la sua identità parentale e – soprattutto – la sua identità anagrafica!).

Il ritmo rutilante, la sostanziale brevità degli episodi, la capacità di raccontare senza tabù e senza pruderie (che oggi suonerebbe del tutto falsa e moralista) riescono comunque a sopperire al rischio di inconsistenza e ripetitività del serial, retto dalla simpatia di un cast che recita spesso elegantemente sopra le righe, capitanato da un Duchovny rinato, di nuovo in tv, dopo una serie di flop cinematografici.

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