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Calvino: L’intervista, tra Gli Elefanti e Milano

Niccolò Lavelli, in arte Calvino, è uscito lo scorso 14 maggio con il suo album “Gli Elefanti” (trovate qui la nostra recensione), una bella scoperta nel panorama cantautorale indipendente italiano. In questa occasione abbiamo voluto anche intervistare il musicista, per approfondire e capirne di più. Eccovi quanto ci siamo detti.

Partiamo con due domande scontatissime, ma che del resto non posso davvero fare a meno di porti. Innanzitutto, come mai hai deciso di firmare il nuovo disco – come anche il precedente ep – con uno pseudonimo anziché con il tuo nome e cognome? È una scelta, questa, che in un certo senso si scontra con la tradizione del cantautorato, e che pure oggi viene condivisa da un numero sempre maggiore di cantautori emergenti: come mai, secondo te?

Il motivo è proprio questo, allontanarsi dalla tradizione e andare alla ricerca della propria strada. Il paradosso è che per trovare la propria strada si abbandona il proprio nome. Uscire con nome e cognome in Italia è già una dichiarazione di intenti. Uno pseudonimo invece permette di portare avanti discorsi diversi nel tempo. Ho molta più libertà nello scegliere la direzione da prendere e nel cambiarla in futuro.

Seconda domanda, ancora più scontata della prima (ma che vuoi farci…): come mai la tua scelta è ricaduta proprio su Calvino? Un moniker del genere vuole essere un riferimento o addirittura un omaggio allo scrittore che tutti conosciamo, oppure con Italo Calvino non ha niente a che fare e siamo proprio fuori strada?

Non è un omaggio ma ovviamente ha a che fare con Italo Calvino. La decisione è molto meno cervellotica di quello che sembra. Avevo semplicemente voglia di accostare un riferimento alla musica che faccio. In questo modo, almeno per me, si crea un insieme di rimandi con la musica e quello che scrivo che mi diverte molto. E’ come se fosse una chiave d’ingresso, ma nulla di più, quello che si trova dentro alla casa può non c’entrare assolutamente niente con la chiave.

Nel tuo nuovo album ci si imbatte in un sacco di personaggi strani, più o meno reali e più o meno immaginari… ma chi/cosa sono poi questi elefanti?

Gli elefanti sono un simbolo, mettono insieme molti significati diversi tra loro. Per questo li ho scelti come portavoce di tutte le canzoni del disco. Sono il filo che le unisce.

Mi piacerebbe che ognuno facesse le sue ipotesi su chi diavolo sono questi elefanti e sono sicuro che hanno ancora molti lati da scoprire e che io stesso non ho ancora visto. Tutto il disco è una rivisitazione dell’infanzia, ma non con gli occhi di un adulto. In realtà è come se recuperassimo lo sguardo di quando eravamo bambini per guardarci ora allo specchio. Da quello sguardo nascono molte cose. Gli elefanti rappresentano un pò questo percorso a ritroso. Sono animali che rappresentano la saggezza, la memoria, incarnano un pò l’immagine della vita adulta per uno sguardo di bambino. Crescendo si pensa di diventare degli elefanti, grandi, saggi, e invece ci si ritrova il più delle volte goffi e impacciati. Gli elefanti sono anche un’immagine della rabbia e della distruttività. Insomma ci sono molti significati dietro questo simbolo, molti di questi sono miei personali ma nell’ascolto del disco cerco di spiegarli meglio che posso ed è già capitato che qualcuno ci vedesse cose a cui non avevo minimamente pensato ma che evidentemente sono lì! Questa è la cosa più bella di scrivere canzoni, vederle muovere i propri passi ed essere cavalcate da altri.

E degli astronauti che ci dici?

Gli astronauti parte un interrogativo semplice: perchè i bambini, molti, almeno per un certo periodo, vogliono fare gli astronauti? Cos’è che li attira così tanto dell’andare in uno spazio vuoto e inospitale dove non c’è vita ma solo il nero per distanze infinite. Nella canzone cerco delle risposte e mentre cerco risposte mi sembra di trovare delle immagini dal passato che mi raccontano come mai sono diventato quello che sono diventato.

Si potrebbe affermare, secondo te, che Milano sia in un certo senso la protagonista di questo disco? Che cosa rappresenta la tua città per te e per la tua musica?

Milano è una delle protagoniste certo. E’ lo sfondo su cui avvengono tutte le storie raccontate nel disco. Nello stesso tempo tuttavia non è Milano, è uno spazio alterato, modificato nella vista e nei suoni, appare attraverso il filtro del ricordo a volte, della rabbia in altre e continua a cambiare forma e colore. La città è la scatola in cui mettere quello che mi capita e questa scatola ha delle caratteristiche precise che non possono stare fuori dalle canzoni: è in continuo cambiamento, è vanitosa, è nuovissima e di una bellezza plastica in alcune sue parti e vecchia e onesta in altre. Questi contrasti entrano nella vita delle persone che ci vivono.

Al di là dei riferimenti topografici presenti in alcuni brani dell’album, ci sono stati certi luoghi/angoli/scorci di Milano che ti hanno particolarmente ispirato in fase di scrittura, o in cui ti è addirittura capitato di scrivere concretamente alcuni pezzi?

Sì certo, ad esempio “Gli Astronauti” è stata scritta in un’area-cani. Per chi abbia la fortuna di non sapere cosa sia, un’area cani è uno spazio recintato, a volte davvero ristretto, di solito all’interno di un altrettanto ristretto parchetto con giochi per bambini in mezzo a condomini e strade. In questo spazio si incontrano i cani e i loro padroni, ed è altrettanto facile immedesimarsi sia con gli uni che con gli altri, si crea molta confusione e ci si pone molte domande sulla nostra capacità di investire il mondo di significati che appartengono solo a noi e non alla realtà. Puoi quindi vedere persone che parlano per ore con il proprio cane e gli attribuiscono tutta una serie di pensieri che il povero animale probabilmente non si è neanche mai sognato di avere. E’ un posto curioso.

Uno dei tratti più distintivi di questo disco è sicuramente quella strumentazione che tu ami definire vintage, e che, oltre a fungere da filo conduttore a livello di sonorità, mi è anche sembrata uno strumento di cui ti sei servito per rivestire – se non mascherare – la tua impostazione di scrittura, che rimane pur sempre di matrice cantautorale: sbaglio o ci tieni a marcare la tua distanza da una certa tradizione?

No hai ragione, bisogna essere consapevoli di dove si hanno le radici. Certo, in quello che scrivo la matrice cantautorale è evidente. Questo però non preclude che ci si possa allontanare alla scoperta di luoghi diversi. Non penso sia un mascherare, ma un provare accostamenti diversi. Chi lo sa, un giorno potrei anche non scrivere più di tre parole per brano e lasciare molto più spazio alla musica.

Eppure un cantautore fondamentalmente lo sei: quali sono i maestri della canzone, italiana e straniera, a cui senti di dovere di più?

Sono molto legato a Dalla, penso sia stato un cantautore assolutamente anomalo e geniale. Ammiro molto anche la continua ricerca di Battiato. Ecco, anche solo pensando a questi artisti mi riesce molto difficile pensare che l’etichetta di cantautore non sia qualcosa di assolutamente arbitrario.

Gettando invece un occhio alla scena musicale contemporanea, quali sono secondo te le band e i musicisti più degni di nota?

Sono tantissimi, non vorrei far partire l’elenco. Ti dico solo gli ultimi che mi è capitato di vedere dal vivo e mi hanno colpito molto: Benjamin Clementine, Antony and the Johnsons, Damien Rice.

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