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Can Spring be far behind?

Il Primavera Sound, giunto con quella di quest’anno alla sua decima edizione, è un festival che si tiene a Barcellona e che rappresenta una vera e propria mecca per gli appassionati di indie rock (e dintorni) di tutta Europa. Ogni anno la miscela di band emergenti e vecchie conoscenze è a dir poco esplosiva e nonostante abbia visto una cosa come 38 concerti in 6 giorni nelle due trasferte spagnole che mi sono concesso, c’è comunque una nutrita lista di cose che non ho avuto tempo/modo di seguire. It’s that good.
Quest’anno, oltretutto, l’organizzazione è stata assolutamente perfetta, sia per quanto riguarda la gestione dei concerti, sia per la distribuzione e funzionalità di tutti i vari servizi, evitando code snervanti e seccature varie ed eventuali. Se ancora non si fosse capito il sottinteso, eccolo a chiare lettere: l’anno prossimo, andateci anche voi.

Venendo al festival vero e proprio, dopo aver comodamente ritirato braccialetto e tessera, ed essermi altrettanto comodamente sbracato per ore con la mia compare in attesa dell’inizio dei primi concerti per cui valesse la pena di alzarsi, giunte le sette di sera ci siamo avviati a dare un’occhiata ai Monotonix, band che cozza decisamente con l’atmosfera di comfort fin qui descritta. Questi uomini di Neanderthal avevano infatti pensato bene di prendere baracca e burattini e di venire a suonare in mezzo al pubblico, tirandosi vicendevolmente gavettoni di birra. Un inizio pittoresco, non c’è che dire, ma dopo dieci minuti il mio istinto di autoconservazione mi ha spinto ad allontanarmi per dirigermi allo stage curato da Pitchfork dove stavano per iniziare a suonare i Surfer Blood, non certo imprescindibile indie sensation, che ha messo su un altrettanto tiepido set di una mezz’oretta abbondante, proponendo fondamentalmente materiale del loro recente debutto “Astro Coast”. Gradevolmente inutili.

Tutt’altra storia i Titus Andronicus, sempre sullo stesso palco, che sin dall’incipit con “A More Perfect Union” hanno messo in chiaro che non erano venuti a timbrare il cartellino. Il loro è stato uno show travolgente, giustamente apprezzato dalla non foltissima platea; le dinamiche sono sembrate abbastanza studiate, ma l’energia, la fame da palcoscenico, quella era totalmente genuina ed in generosa quantità, facendo di questo il migliore show rock dell’intero festival.

Senza un minuto di pausa, finiti i Titus corro allo stage Ray Ban, il secondo per grandezza dei cinque presenti al festival, dove hanno già iniziato, davanti a una folla enorme, gli XX. La transizione dall’energia del concerto precedente alle atmosfere più intime del gruppo britannico non è delle più comode, ma dopo un periodo di acclimatamento sono stato conquistato dai tre giovani rampolli della stampa musicale internazionale. Sinceramente non gli avrei dato una lira alla vigilia, se non altro perché la loro non è decisamente musica che si adatti ad essere ascoltata in mezzo alla folla. Invece, grazie a dei bassi potenti e a degli atteggiamenti on-stage sicuramente studiati, ma non per questo meno efficaci, i londinesi hanno dimostrato di saperci fare anche en plein air.

Dopo aver ritrovato la mia collega persa in mezzo alla folla, ed esserci rifocillati nella zona ristorazione, il nostro programma prevede i Broken Social Scene, band in cui riponevo notevoli aspettative, ma che è stata in fin dei conti una delusione. Il loro onesto lavoro lo hanno anche fatto, ma la loro prestazione è stata abbastanza scolastica e fighetta, priva di quel surplus che è poi la vera anima di uno show dal vivo. Qualche impennata, certo, ma alla fin fine mi sento di rimandarli.

Sono ancora in corso gli ultimi minuti della performance dei BSS quando comincio ad allontanarmi per piazzarmi sotto al palco principale dove di lì a poco sarebbero saliti i Pavement. Ora, personalmente non sono un esagerato fan di Malkmus&soci, ma il loro show è stato una perfetta dimostrazione di come si possa conservare un’innegabile aria di coolness e allo stesso tempo concedersi al pubblico festante. Nonostante il carisma magnetico del succitato Mr. M, infatti, il resto della band non è stata da meno regalando una performance giocosa e smaliziata allo stesso tempo: si inizia con “Cut Your Hair”, si finisce con “Stop Breathing”, in mezzo tutto il resto. Concerto piacevolissimo, senz’altro.

La giornata si conclude quindi con il rumorosissimo show dei Fuck Buttons, che non sono riusciti a resuscitare le mie devastate vertebre lombari, ma che ho potuto ugualmente apprezzare mentre si muovevano tra beat ipnotici, strilli belluini e tribali esplosioni percussionistiche, facendo avanti e indietro tra l’approccio più rumoristico di “Street Horrrsing” e quello più danzereccio di “Tarot Sport” con risultati egualmente apprezzabili ed apprezzati.

Vi risparmio l’odissea che è stato il rientro a casa e vi do appuntamento per il resoconto del secondo giorno, sempre su queste pagine. Stay tuned!

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