Home > Report Live > Can Spring be far behind?

Can Spring be far behind?

Il secondo giorno del festival inizia presto, alle 16.00, anche prima considerando che lo show di Owen Pallett si tiene nell’auditorium adiacente la zona del forum, e che per entrare c’è bisogno di sorbirsi un po’ di fila. Con un po’ di ritardo il folletto si presenta sul palco armato del suo inseparabile violino e di una serie di aggeggi che gli consentono di looppare le parti appena suonate e di eseguire la prima manciata di canzoni in solitaria, per poi essere coadiuvato da un bassista/variecosista più in là. Vista anche l’ambientazione lo show non è esattamente adrenalinico, ma la performance del canadese si fa apprezzare per maestria esecutiva e anche un certo pathos, con in più la chicca di un’inaspettata cover del recente singolo di Caribou, “Odessa”.

Usciti dalla sala, giusto il tempo di mangiare e siamo di nuovo in fila per dei posti nell’auditorium che questa volta ospiterà i Low, storico gruppo sunshine pop che per l’occasione ripropone per intero il disco del 2005 “The Great Destroyer”. L’album è ottimo, ma la scelta è curiosa visto che non mi risulta proprio che abbia acquisito statura di classico o un successo particolare, ma tant’è, i controcanti di Mimi Parker sono una cosa che va testimoniata di persona almeno una volta nella vita, e pur non facendo faville, il concerto è gradevole e il pubblico se ne esce soddisfatto.

Presto però la soddisfazione lascia il posto all’affanno, visto che gli Spoon stanno cominciando a suonare sul palco principale e tra me e loro, oltre a un paio di centinaia di metri in leggera salita, c’è la mia carenza cronica di allenamento che punisce severamente i miei tentativi di sprintare per arrivare in tempo. Quando arrivo allo stage, la prima canzone è già iniziata e io verso in condizioni drammatiche, ma, per fortuna, la grande preoccupazione che avrà sicuramente afflitto Britt Daniels alla mia vista non gli impedisce di darsi da fare col suo show. Il pubblico a tutta prima non è molto reattivo, ma l’atmosfera si scalda mano mano, fino a raggiungere il picco con la conclusiva “Small Stakes”, sicuramente l’highlight della performance. Agli Spoon mancherà magari l’afflato “drammatico” per essere una band da festival, ma il succitato frontman del gruppo ha fatto quanto in suo potere per movimentare la situazione e non c’è motivo per cui non si debba uscire col sorriso da questo show.

Ed è appunto col sorriso che mi dirigo al palco curato dall’ATP a presenziare al concerto dei Beach House, band che ha all’attivo uno dei miei dischi preferiti di questo 2010, ma la cui musica dolce e sognante non è così scontato che riesca ad imporsi on stage. Bastano pochi minuti a fugare questi dubbi, visto che il sole calante, il vento nei capelli di Victoria Legrand, il suo carisma magnetico, e in fin dei conti un po’ tutto l’ambiente, congiurano affinché questo sia uno dei set più riusciti del festival. Il bello è che non sono nemmeno ricorsi a riarrangiamenti o manipolazioni dei pezzi per convogliare quel po’ di dinamismo che vi si potrebbe ritrovare: sono saliti sul palco, hanno alzato il volume e “Norway” o “Used To Be” non sono mai suonate così maestose. Belle cose.

Conclusa la performance del duo di Baltimore, con una mossa che farà discutere decido di bypassare lo show degli Wilco sul main stage per rifocillarmi, tirare il fiato e piazzarmi in pole position in attesa che Noah ‘Panda Bear‘ Lennox faccia la sua comparsa. Purtroppo le divinità mi puniscono per questo atto di empietà nei confronti dei padri, prima sfanculando l’apparato video che avrebbe dovuto supportare la performance del fuoriuscito dal collettivo, poi rifilandomi/ci un concerto fondamentalmente noioso, incentrato quasi esclusivamente su materiale inedito che, senza sbilanciarsi in giudizi qualitativi, sembra quantomeno più ermetico e meno riproponibile dal vivo rispetto alle cose di “Person Pitch”.

Imparata la lezione, faccio mentalmente ammenda e vado filato ad accendere un cero sotto al palco di altri padri, dei quali non ho intenzione di perdermi lo show nemmeno sotto minaccia di punizioni fisiche. Sto parlando ovviamente dei Pixies, veri headliner del festival, che con qualche minuto di anticipo calcano il main stage acclamati da una folla festante. Pronti, via: “Cecilia-Ann” – “Rock Music” – “Wave Of Mutilation” e il pubblico è in delirio. La prima parte del concerto è un vero e proprio bombardamento di classici, e culmina in una “Debaser” da infarto, sotto l’indulgente sguardo di una pasciuta Kim Deal visibilmente raggiante. Da un certo punto in poi la scaletta comincia ad incentrarsi su pezzi di “Trompe Le Monde” che mi azzardo a definire minori, e il mio interesse scema un po’, ma vabbè, quando alla fine l’encore è “Gigantic” – “Where Is My Mind?” c’è poco da dire e molto da applaudire; sono in ritardo di venti anni, ma anche io posso prendermi un pezzetto di questa leggenda del rocchenroll, e devo dire che sono soddisfazioni.

A conclusione di una giornata spossante, io e la mia socia ci andiamo ad accomodare sulle scalinate per assistere, ciliegina sulla torta, al set dei Bloody Beetroots. Questi tre cafoni mascherati, incuranti dell’iniziale scarsa affluenza di pubblico, cominciano a fare un casino della madonna e alzano un panico senza precedenti; il pubblico li premia affluendo da tutto il forum e confesso che sono stato più volte sul punto di unirmi alla massa damnatorum che si stendeva ai miei piedi. Alla fine decido che la sopravvivenza fisica è più importante, e con grande sollievo dei miei futuri discendenti, che così conservano ancora qualche chance di esistere, mi trattengo dal compiere l’insano gesto, per cui dopo l’encore mi accodo tristemente alla defluente folla in uscita da questa seconda giornata.

Vi aspetto per il resoconto del terzo e ultimo giorno, non mancate!

Scroll To Top