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Can Spring be far behind?

Terzo ed ultimo giorno di festival a Barcellona, con una giornata che si preannuncia meno intensa delle due precedenti, ma che riserverà diverse sorprese.

Le fatiche iniziano nell’Auditorium alle 16.00 dove viene proiettato ODDSAC, film girato dal tale Danny Perez in collaborazione con gli Animal Collective che ne hanno realizzato anche la colonna sonora. Trattasi di una fricchettonata che tenta di vendere Maya Deren e Stan Brakhage al pubblico dei Vampire Weekend, con risultati direi dignitosi per quanto non strabilianti.

Passando ai concerti veri e propri, verso le sette sale sul palco Pitchfork Bradford Cox, che armato della sua armonica e della sua chitarra acustica si trasforma nel supereroe Atlas Sound. Tutti vogliono molto bene a Cox, il pubblico lo acclama e lui si fa ben volere, ma sinceramente le sue cantilene psichedeliche hanno fatto molta fatica a catturare la mia attenzione; forse al chiuso, forse in una situazione più intima, chissà…

Dopo un’altra oretta di riposo, poco prima delle nove, la vezzosa e leggiadra Florence calca il main stage accompagnata dalla sua band e comincia a deliziare gli astanti coi suoi gorgheggi. Sinceramente non avevo mai ascoltato nemmeno i singoli di questa che avrò con ogni probabilità bollato sprezzantemente nel mio cervello come british sensation, ma devo dire che lei è stata molto carina, la voce le ha retto perfettamente e le canzoni erano abbastanza fornite nel reparto percussivo da poterle seguire anche senza conoscerle, per cui tutto sommato è stata un’esperienza piacevole.

Piacevole, nonostante le basse aspettative dovute fondamentalmente al fatto che i loro dischi mi annoiano, è anche lo show dei Grizzly Bear, grazie ad un sound dal vivo molto basso-centrico che una volta di più mi conferma come la sezione ritmica di una band sia quella che conta davvero sul palco. Iniziano con “Southern Point” e il set è dedicato in larga parte a “Veckatimest” di cui la band cattura un feeling quasi jazzy che non so se fosse sfuggito a me o se sul disco non ci fosse proprio, ma che di fatto rende il tutto molto più interessante e dinamico.

A questo punto si apre nel cielo di Barcellona un varco temporale che riuscchia me e la mia compare – oltre ad un mucchio di altri festivalgoers – e ci catapulta per un paio di concerti nel 1999. Al palco ATP, davanti a una folla che non mi aspettavo così nutrita, stanno infatti inizando a suonare i Built To Spill, con tre chitarre, volumi alti e tutto l’armamentario che l’american way of indie rock ci ha fortunatamente tramandato. Il loro è uno show che fa molto poco affidamento sulla presenza scenica visto che nessuno si muove troppo e il batterista è addirittura nascosto dietro gli amplificatori, ma la cosa sinceramente non giova, perché vabbè il wall of sound, vabbè tutto, ma i decibel da soli non creano catarsi, e pur non pretendendo chitarre in pezzi e crowd surfing, una qualche maniera di caratterizzare visivamente la propria performance è quasi indispensabile per il successo di quest’ultima. Ad ogni buon conto ho visto concerti molto peggiori, e anzi, nell’ultimo paio di pezzi hanno spaccato.

Continua a questo punto la passeggiata temporale che ci porta da Boise, Idaho a Seattle, Washington. È comunque troppo tardi per i Nirvana, per cui mi accontento dei Sunny Day Real Estate che, visibilmente emozionati per quello che hanno detto essere il loro primo show europeo da una decina di anni a questa parte, attaccano con l’accoppiata “In Circles” – “Seven” e non la smettono più di sgolarsi, supportati da suoni allo stato dell’arte, probabilmente i migliori di tutto il festival. Alla fine il pubblico chiede lungamente il bis che purtroppo non ci viene concesso, portando un po’ tutti indietro nel 2010.

Ed è in questi mala tempora che Ben Frost si trova a combattere con gli unici problemi tecnici di cui sia stato testimone durante tutto il festival; la musica infatti di tanto in tanto salta per qualche secondo lasciando il nostro alquanto interdetto. Ad ogni modo il suo show ha un po’ di alti e bassi, con i momenti più rumorosi che si fanno apprezzare molto più che le parti più atmosferiche; è possibile riconoscere qua e là alcuni pezzi del suo gran bel ultimo disco “By The Throat”.

Il rombo di Beniamino Ghiacciato si spegne mentre io già mi sto avviando verso il Pitchfork stage dove di lì a poco si sarebbe consumato un vero e proprio massacro. Axel Willner aka The Field è infatti uno dei miei musicisti preferiti degli ultimissimi anni, e il suo show era sottolineato due volte con la matita rossa sul programma del festival, ma mai mi sarei aspettato di essere sopraffatto nella maniera che poi è stata. Sul palco, oltre al succitato capoccia, c’è una vera e propria band composta di bassista, chitarrista e un batteraio che assomiglia esteriormente a, e in parte ricorda in quanto a stile musicale, Thomas Haake, e che si rivelerà per molti aspetti il punto focale dello show; l’inusuale – per un musicista techno, se non altro – formazione inizia a scaldare il pubblico con un brano antipastico, per poi cominciare a picchiare un po’ con roba più ritmata e vivace guadagnandosi la pagnotta in brevissimo tempo, e portando il pubblico a temperatura di ebollizione per le due mostruose e super dilatate versioni di, rispettivamente, “Over The Ice” e “Everday” che mi portano pericolosamente vicino alla soglia del godimento fisico in una maniera che MOLTO raramente mi è capitata in un concerto. Il tutto dura più di un’ora, e il completo rincoglionimento in cui verso alla fine non può nulla contro l’ebete sorriso che conserverò fino al momento dell’agognato riposo.

Finale col botto dunque, e appuntamento all’anno prossimo. Can spring be far behind?

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