Home > Interviste > Canaan: Dilatazione d’atmosfere

Canaan: Dilatazione d’atmosfere

L’abisso in cui fluttuano i Canaan, è uno spazio tridimensionale sfumato di tessiture d’ombra, e lontane. Spingerci sull’orlo del baratro, limitandoci a perder l’occhio nella sua imperscrutabile profondità, è ciò che Mauro, interessantissimo interlocutore, ci ha permesso di fare. Parlandoci di se stesso, della sua Eibon, e dell’ultima, immensa fatica “The Unsaid Words”.

Insolita partenza il doom, per una band italiana… Eppure, se confrontiamo l’allora “definibile” proposta con l’odierna, al crocevia tra molteplici generi e suggestioni, coraggiosa ed aliena, non possiamo ch’essere curiosi dell’intero iter artistico. Vorresti parlarcene?
Quando (a metà del 1995) finimmo di registrare “Oneiricon” (l’unico disco RAS ALGETHI) sorsero dei problemi di natura personale all’interno del gruppo. Difficile dire esattamente il perché, ma ad un certo punto io, Luca e Matteo ci sentimmo “stretti” all’interno di un processo compositivo e di un genere troppo auto-limitato e limitante. Dal momento che l’aria che tirava nel gruppo non era proprio delle migliori, decidemmo di sciogliere i RAS ALGETHI (nel peggior momento possibile, cioè all’uscita del disco….) e di cominciare a provare come CANAAN. Inizialmente in tre (Luca alla batteria, io e Matteo alle chitarre), poi dal 1998 al 2000 con Anthony Duman al basso; nel 2001 ad Anthony è subentrato Nico, e nel 2002 abbiamo portato a termine il cambio di formazione che è ancora oggi quella definitiva, con l’entrata di Andrea alla batteria ed il passaggio definitivo di Luca alle tastiere. In CANAAN tutto è più libero, se vogliamo esagerare potrei dire “free-form”. Componiamo e suoniamo quello che ci piace, senza vincoli di tipo stilistico. Più che comporre canzoni, siamo alla ricerca di atmosfere, e quando i tradizionali strumenti “rock” non sono sufficienti, usiamo altro (campionatori, field recordings, oggetti), in modo del tutto normale e naturale. Anche i ruoli all’interno del gruppo non sono fissi. Nico suona anche parti di chitarra, Luca la batteria, io basso e tastiere. Il termine migliore che mi viene in mente per descriverci è un “collettivo” di persone che lavorano ai brani in autonomia, supportati spesso dall’uso di madre tecnologia. Benedetti i computer – quando funzionano…

Difficile isolare dei veri e propri brani, all’interno di “The Unsaid Words”; piuttosto, credo potremmo parlare di “dilatazioni d’atmosfere”, di onde sonore atte a descrivere, meticolosamente, una vasta gamma di sfumature d’un ben preciso stato d’animo. In questo senso, ritieni che si possa parlare di musica “ambient”?
Direi che hai centrato il punto. Non mi dispiace affatto che CANAAN venga etichettato come un gruppo “ambient”, anzi…. L’importanza maggiore per quanto mi riguarda non risiede mai negli aspetti “formali” della composizione, quanto piuttosto nel risultato ottenuto. Trovo molto limitante il fatto di rinchiudersi in un genere senza mai “metter fuori il naso”, cosi’ come trovo molto frustrante il comporre sempre nello stesso modo, partendo dalle stesse cose per arrivare sempre a risultati omogenei. Ci piace provare tutto quello che ci capita per le mani, e vedere se e come si può adattare al concetto e all’idea che abbiamo in testa per un brano/frammento. La stessa cosa vale per un disco visto nella sua interezza. Molte persone pensano che i brani ambientali siano solo dei riempitivi tra un brano “vero” ed un altro. Mi fa molto sorridere questa cosa, dal momento che spesso penso quasi il contrario…..

Si rimane molto colpiti dalle liriche, viscerali e patetiche; ma, soprattutto, lacrimanti una consapevolezza dolorosa d’una vita quotidianamente infestata d’amare disillusioni… Quasi, una tensione all’apatia, come aspirazione. Deduzioni, le mie, libere interpretazioni; ora, vorrei sapere da te quanto questo senso d’estraniazione vi appartenga, come una sorta di sensibilità maledetta, esasperante ed autodistruttiva; e quanto, invece, questa non-appartenenza risieda nell’intrinseca natura del mondo, ritenuta oggettivamente marcia, e di cui si è presa coscienza oggettiva.
Ottima domanda. Quello che posso dire è che non sono e non mi sento una persona serena. Vivo male con me stesso, e altrettanto male con gli altri, per motivi che sono spesso al di là della mia stessa comprensione. Sempre un passo avanti, o uno indietro, in ogni caso incapace di rapportarmi in modo “corretto” con quello che mi circonda, che vedo e vivo come una minaccia anziché come una “possibilità”. Nel mio cervello c’è evidentemente qualcosa che non funziona a dovere e mi spinge sempre a cercare e trovare gli aspetti brutti di tutte le cose, senza darmi modo di apprezzare quelli belli. CANAAN mi aiuta (almeno in piccola parte) a scaricare la tensione nervosa che continuo ad accumulare per i motivi esposti sopra, ed è quindi specchio fedele di quello che sento e provo. L’apatia sarebbe una benedizione, ma purtroppo è uno stato ancora lungi dall’essere raggiunto. Penso inoltre di poter affermare che la maggior parte di questa auto-costrizione psicologica sia causata da un mio “malfunzionamento interno” più che da oggettivi problemi esterni. Sono consapevole che la vita riserva a tutti momenti belli e momenti meno belli. È però solo ed esclusivamente colpa mia se non riesco a metabolizzare quelli belli e mi lascio avvelenare l’animo da quelli brutti. Se fossi un computer, direi che ho serio bisogno di una bella riformattata e di driver nuovi e aggiornati. Purtroppo però non lo sono, per cui devo convivere con malfunzionamenti del sistema che diventano ogni giorno più numerosi e pesanti da sopportare…
[PAGEBREAK] Parlate d’un inevitabile appassire fisico e psicologico; ancora, date all’universo dei Canaan tre destabilizzanti coordinate: niente, mai ed in nessun luogo; infine, un album da un titolo tanto eloquente… La dimensione del silenzio, dell’assenza, dell’accartocciarsi su se stessi come foglie secche: ambizione, rimpianto, od unica scelta degna?
Unica scelta possibile, purtroppo. Il rimpianto – unito alla rassegnazione che esso porta inevitabilmente con se – è caratteristica fondamentale di tutto quello che faccio. Potendo scegliere, butterei a mare tutte le mie paranoie e tutti i miei “bachi” e sceglierei di vivere una vita serena, tranquilla e rilassata, come riescono a fare molte delle persone che mi circondano, che invidio con tutte le mie forze. Io invece continuo ad auto-sgretolarmi, come se sprecare inutilmente energie fosse l’unico modo a mia disposizione per tirare avanti. Niente, mai ed in nessun luogo è proprio il modo migliore per indentificare la mia “posizione mentale” da anni a questa parte. Niente di giusto, indipendentemente dagli sforzi (e soprattutto rapportato alle proprie “aspettative”), mai un momento di calma, nessun luogo familiare visto che ogni cosa viene prima filtrata da una prospettiva ingannevole. Ma – ripeto ancora una volta un bel PURTROPPO – questo non implica alcunchè di degno. È anzi un modo molto indegno di cercare una propria dimensione…

Qual è il motivo per cui non si ha il piacere d’assistere ad un concerto dei Canaan? Trovate la dimensione live, in qualche modo, troppo limitat(iv)a? Proibitiva, per una proposta tanto particolare? Indigesta, forse?
Non abbiamo mai suonato dal vivo, e penso che sia assai improbabile che ci decidiamo a farlo anche in futuro. Per due motivi fondamentali. Il primo è la mancanza degli automatismi necessari a suonare dal vivo (come ho accennato, abbiamo lavorato al disco in modo “autonomo” e non ci siamo praticamente mai incontrati tutti insieme…). Sarebbe peraltro un ostacolo facilmente superabile, se ne avessimo la voglia. Ma è proprio questo il punto (ed il secondo e più importante motivo). Non sentiamo la necessità di mostrarci di fronte ad un pubblico. Non abbiamo interesse a trasportare la nostra musica in una dimensione – quella live – che risente SEMPRE e TROPPO degli elementi esterni. Preferiamo lavorare con calma ed in silenzio, e dal momento che suoniamo quasi esclusivamente per diletto personale, non avrebbe molto senso spostare questo “baricentro” in una dimensione che non reputiamo necessaria. Mi rendo conto che questo significa necessariamente ridurre il numero di persone che possano venire in contatto con la nostra musica, ma in tutta onestà è una cosa che mi interessa molto poco…

Qual è la genesi d’un vostro brano? Parole e partitura: quale tra i due prima, ad influenzare ed ispirare?
Il processo di composizione di un brano CANAAN è stato piuttosto ortodosso fino a prima di “A calling to weakness”; le nuove canzoni nascevano solitamente dalle prove in saletta, basate principalmente sull’improvvisazione e sull’estro del momento. Dal 2002 in poi (vale a dire da quando siamo riusciti a mettere in piedi il nostro piccolo home-recording studio), abbiamo cambiato leggermente metodo compositivo. Un nuovo brano nasce ora da un frammento isolato (può essere indifferentemente un riff di chitarra, una melodia di tastiera o una linea vocale), rielaborato e scomposto a turno da tutti. Siamo solitamente io e Luca a dare l’input iniziale, ma ognuno è poi libero di rielaborare i frammenti come meglio crede. Registriamo molte “tessere del puzzle” e solo in un secondo momento ne uniamo alcune per formare lo scheletro di una canzone, che viene successivamente riarrangiata (se necessario). È un processo un po’ intricato (e a volte molto lungo), ma il fatto di non avere vincoli di tempo è molto stimolante, e ci permette di sfruttare a pieno le idee “passeggere” che verrebbero altrimenti perse per strada. I testi vengono quasi sempre per ultimi, e spesso sono riadattati alla musica ove non dovessero “incastrarsi” perfettamente. Sono sempre i testi a “colorare” i brani nel modo necessario, rivestendo una importanza strategica nel delineare il mood dei dischi…

Eibon Records: cult e d’elite. Come nasce l’idea d’un’etichetta discografica del genere?
L’etichetta è nata nel 1996 come veicolo per il primo disco CANAAN. Visti poi i risultati, è diventata nel 1998 il mio “lavoro”. Metto le virgolette perché il concetto stesso di lavoro implica un ritorno di qualche genere (anche quello volgarmente economico) che nel mio caso è spesso assente, in special modo nell’ultimo periodo. Non intendo assolutamente scagliarmi contro il peer-to-peer ed il download dalla rete, che ritengo anzi importanti mezzi per scoprire gruppi e suoni altrimenti irraggiungibili. Ma sono estremamente spaventato dalla mentalità del “tutto e gratis” che impera anche grazie a queste tecnologie. Se mille persone condividono i dischi EIBON ma nessuno li compra, l’equazione è presto chiusa: presto non ci saranno più dischi EIBON da scaricare… Tornando alla sostanza della domanda, l’etichetta vuole essere un mezzo tramite cui produco musica che ritengo meritevole e degna di attenzione. Non mi sono mai posto problemi circa i generi prodotti (che variano dal doom al power noise), quanto piuttosto – come unico discriminante – cerco di mantenere uno standard qualitativo il più elevato possibile sia dal punto di vista audio che da quello grafico e del packaging.

Lascio a te l’”incombenza” del congedo…
Ti ringrazio per l’intervista e per lo spazio che ci concedete sul vostro magazine. Buon proseguimento e buon lavoro.:: NOTHING:: NEVER:: NOWHERE::

Scroll To Top