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Cannes 2010: Pillole di un Festival al traguardo

Si avvia alla conclusione il 63esimo Festival di Cannes e i pronostici danno per favoriti alla Palma d’Oro Mike Leigh e Abbas Kiarostami. Ma potrebbero esserci delle sorprese: “Des Hommes Et Des Dieux” di Xavier Beauvios è stato accolto da applausi scroscianti mentre il controverso “Biutiful” di Alejandro González Iñarritu è in pole position almeno per il premio come miglior attore a Javier Bardem.

Another Year“, la nuova commedia familiare di Mike Leigh, ha convinto tutti con la sua malinconia, l’umanità dei suoi personaggi e l’irresistibile mix di dramma, farsa e satira sociale. Qualcuno lo ha definito la summa del cinema di Leigh. Eccezionale il cast: Jim Broadbent, Imelda Staunton, Sally Hawkins e una strepitosa Lesley Manville, da molti indicata come probabile miglior attrice.

Altro contendente ai premi principali è “Copia Conforme” di Abbas Kiarostami con una sublime Juliette Binoche. Uno scrittore ed una donna si innamorano in Toscana ed iniziano a giocare a marito e moglie. Realtà e finzione si confondono e l’argomento del libro del protagonista – una riflessione sui concetti di copia ed originale nell’arte – finisce con l’incarnare l’essenza stessa del film. Melodramma borghese? Affascinante quanto cerebrale esercizio di stile? Per molti un capolavoro, di certo un film che lascia negli spettatori una serie di enigmatici interrogativi.

Dal delicato dramma sentimentale di Kiarostami alla storia vera di un martirio raccontato con rigore in “Des Hommes Et Des Dieux“: nel 1996 in un monastero in Algeria otto monaci convivono pacificamente con i vicini musulmani ma vengono attaccati e trucidati da un gruppo di fondamentalisti islamici. L’altissimo valore morale della pellicola e l’appassionata quanto originale descrizione della vita monastica ne fanno un serio candidato alla Palma d’Oro.

Per la prima volta orfano dello sceneggiatore Arriaga, Iñarritu abbandona in “Biutiful” la struttura a mosaico delle pellicole precedenti e segue le vicende di un solo personaggio, un padre ammalato di cancro interpretato da un umanissimo Javier Bardem. Il film, che conta tanti sostenitori quanto detrattori, ha sollevato un vespaio di polemiche per lo sguardo eccessivamente indulgente e pornografico nella rappresentazione della miseria, tanto pesante è la mano del regista nell’accumulare tragedie di ogni tipo e nel gettare lo spettatore in uno stato di insostenibile angoscia.

Non ha deluso ma nemmeno entusiasmato lo yakuza-movie “Outrage“, ritorno per Takeshi Kitano all’action violento e sanguinoso, mentre sono piaciuti sia ” A Screaming Man” del regista africano Mahamet-Saleh Harou che “Route Irish” di Ken Loach, teso thriller politico sulle ferite del conflitto in Iraq. Restando in zona di guerra “Fair Game” di Doug Liman con Naomi Watts e Sean Penn ha ricevuto un’accoglienza molto positiva per l’impegno politico al di là della confezione mainstream. Ispirato alle memorie dell’agente Cia Valerie Plame, la cui immagine fu screditata dall’amministrazione Bush all’epoca della guerra in Iraq, il film rischia retorica e scivoloni melodrammatici, ma resta un thriller intelligente e rispettoso.

E gli italiani? Molto applauditi sia “Draquila” di Sabina Guzzanti che “La nostra vita“, anche se quest’ultimo è stato giudicato inferiore al precedente film di Luchetti “Mio Fratello È Figlio Unico”. “Urlato e poco convincente” è la lapidaria stroncatura di Variety. Molto più centrata ci sembra la critica di The Hollywood Reporter secondo cui “il pubblico internazionale difficilmente potrà comprendere con quanta precisione Luchetti ha dipinto l’Italia contemporanea”. Fuori discussione l’intensissima prova di Elio Germano, che potrebbe contendere a Bardem la Palma di miglior attore.

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Fuori concorso ha suscitato grande entusiasmo la proiezione-fiume di “Carlos” di Olivier Assayas, miniserie di quasi sei ore prodotta per la tv francese ed incentrata sulla figura del rivoluzionario Ilich Ramírez Sánchez tra gli anni ’70 ed ’80. Spettacolare e coinvolgente, “Carlos” è stato paragonato al “Che” di Soderbergh e dovrebbe uscire al cinema in una versione di due ore e mezza.

Tra le star più paparazzate dopo Russell Crowe, Cate Blanchett e Naomi Watts, Ryan Gosling e Michelle Williams hanno infiammato la Croisette come marito e moglie allo sbando nel dramma indie “Blue Valentine” di Derek Cianfrance, passato con successo nella sezione “Un Certain Regard”. La pellicola è stata acquistata dai fratelli Weinstein che già pianificano un’uscita americana sotto Natale in vista di una probabile candidatura all’Oscar per i due protagonisti.

Sempre fuori concorso ha divertito parecchio il provocatorio, surreale e parodistico “Kaboom” di Gregg Araki, destinato a diventare un cult movie alla maniera di “Shortbus”.

Per gli altri eventi speciali era chiaro sin dall’inizio quanto il Festival fosse soltanto una vetrina promozionale. E così il “Robin Hood” di Ridley Scott è stato accolto in modo rispettoso ma sostanzialmente negativo. Stessa sorte per “You Will Meet A Tall Dark Stranger” di Woody Allen: la critica ha risposto con fredda cortesia e malcelato disappunto all’ennesima, cinica dissertazione alleniana sulla vita e i sentimenti.

Il mai banale Stephen Frears ha suscitato soltanto tiepidi sorrisi con la sua “Tamara Drewe“, adattamento da una graphic novel con Gemma Arterton bomba sexy che porta scompiglio nella campagna inglese. Risultato? Un’operetta fresca, irriverente e sensuale per alcuni, inconsistente per altri. E Oliver Stone con “Wall Street Money Never Sleeps” sembra sia riuscito nell’impresa di giustificare il ritorno di Gordon Gekko, tenendo incollati alla poltrona gli spettatori per oltre due ore di puro e semplice intrattenimento.

Si accettano scommesse in attesa del palmarès domenica sera.

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