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Cannes 2014, il diario di domenica 18 maggio

È domenica anche qui a Cannes, ci si avvia verso il Palais con ritmi più rilassati, l’obiettivo è la proiezione di mezzogiorno del western di Tommy Lee Jones in concorso, “The Homesman“.

Per la prima volta c’è il tempo di fare colazione, e qui apro una piccola parentesi sulla serie “Luoghi comuni sfatati o confermati” (riassunto della prima puntata mai trasmessa: il bidet in casa non c’è, per chi se lo stesse chiedendo). I francesi fanno dei croissant meravigliosi ma per il caffè è meglio lasciar perdere, dovunque campeggia la dicitura “espresso italiano”, ma scriverci “nduja calabrese” sarebbe stato lo stesso, tanto sempre di acqua sporca si tratta. Per fortuna nella sala stampa del Palais lo sponsor principale della manifestazione è una famosa marca di caffè italiana, che ci offre le sue cialde al ritmo di migliaia ogni ora. Se questa casa investisse un po’ di più in qualità del prodotto invece che in pubblicità, e al posto di George Clooney chiamasse, che ne so, Nino Frassica forse sarebbe meglio. Ma in questo contesto è comunque grasso che cola.

Capitolo sciovinismo francese: tutto vero, ad ogni apparizione prima delle proiezioni della dicitura “Festival di Cannes” partono applausi scroscianti. Questo è patriottismo intelligente però: le eccellenze nazionali vanno difese.

Tommy Lee Jones, dunque. Oltre alla recensione — che trovate qui — aggiungiamo in questa sede che il buon Tommy ha ormai un volto scavato da prateria che gli permetterà d’interpretare solo cowboy o agricoltori da qui a fine carriera. Pare che si diletti per davvero nell’arte della coltivazione. Dopo l’orribile “The Salvation” della notte precedente, un signor modo di ritornare al western dopo poche ore. Cinema classico nella forma, contenuti originali: Jones, registicamente, è il più vicino oggi al più celebrato collega Clint Eastwood. A chiudere, un appello a Hilary Swank: sei una bellissima ragazza, perché ti danno da interpretare sempre ruoli mascolini o imbruttiti? Imponiti, diamine! Qui è bravissima, comunque, regge praticamente tutto il film sulle sue spalle.

Corsa verso la sala del Sessantesimo (non ho voglia di cercare sul programma la corretta dicitura in francese, ok?) per recuperare un film in concorso sfuggito l’altro giorno, l’argentino “Relatos salvajes” di Damian Szifron, prodotto dai fratelli Almodóvar (sì, Pedrito ha un fratello, voi lo sapevate? Io no). L’unica commedia in gara ci fa letteralmente ribaltare sulle poltrone dalle risate. Dovrebbe vincere solo per abbattere l’ostracismo insensato verso uno dei generi cinematografici più nobili e difficili al contempo. L’ispirazione viene chiaramente dai nostri “Mostri”: film a episodi, cattivissimo. Bravi tutti, compreso l’onnipresente Ricardo Darín (recensione).

Cominciamo ad arrivare notizie sulla ressa incredibile di ieri sera al cinema Star, requisito totalmente per la proiezione speciale del nuovo film di Abel Ferrara, “Welcome to New York“, disponibile online praticamente in queste ore. La mia scelta di non andare a presenziare all’evento si è rivelata felice. Era diventata, in pratica, la cosa “in” da fare in serata, il posto in cui essere anche se si crede che Ferrara sia solo un terzino napoletano. Perché Abel Ferrara, purtroppo, non muove queste masse. Ma l’argomento pruriginoso, lo scandalo sessuale Strauss-Kahn, interpretato da un Gerard Depardieu ormai di trecentomila chili, ha fatto il resto. Mi si racconta di svenimenti, pugni, una terza sala approntata al volo per fare entrare più gente, e cinquecento spettatori vocianti e incazzati comunque rimasti all’aria aperta. Pare che il film sia molto bello, comunque, recuperatelo voi che potete, non andate dietro a Concita De Gregorio che ha parlato di maschilismo su Repubblica: in primo luogo perché non è una categoria di valutazione cinematografica, in secondo luogo perché se dovete leggere qualcosa sul cinema, leggete chi se ne occupa di mestiere, chi ha studiato per occuparsene, non le firme prestigiose che si fanno mandare a Cannes perché è un bel viaggio. Concita, Natalia Aspesi, Curzio Maltese, fate il vostro lavoro, per altro spesso ottimo, e lasciate il cinema agli esperti del settore, per favore. Ma qui bisognerebbe parlare con la direzione di Repubblica, non con loro.

È pomeriggio inoltrato, ormai, si sorseggia l’ennesimo caffè in sala stampa, quand’ecco arrivare dagli schermi immagini di carri blindati che percorrono il viale davanti alla Croisette. Ecco qui, pensiamo tutti, noi qui chiusi nel nostro mondo a parlare solo di film, e fuori è scoppiata la guerra. Saranno russi, saranno tedeschi, chi sta invadendo la Francia? E invece, dal primo blindato, esce Sylvester Stallone. Una ripicca per non essere mai stato in competizione per la Palma? No, una geniale, bisogna ammetterlo, strategia di marketing per presentare il terzo capitolo de “I mercenari“. La produzione americana studia gli orari, vede un vuoto sul tappeto rosso più o meno dopo le 18, e ci si catapulta di forza. Esce di tutto da quei cosi: Jason Statham, Dolph Lundgren, Wesley Snipes, Antonio Banderas, Harrison Ford e Mel Gibson con lungo barbone bianco. Stallone fa un giretto per i viali con un’assurda giacca viola a mo’ di Papa, foto su foto su foto, risalgono sui carri e se ne vanno. Senza nemmeno pagare da bere a tutti. L’avremmo apprezzato.

Intanto subisco il primo rimbalzo di Cannes 2014: la prima proiezione stampa di “Maps to the Stars” di David Cronenberg ci lascia fuori in parecchi. Tocca accamparsi in fila davanti alla sala Bazin con MOLTO anticipo, la sala è molto piccola, per la seconda anticipata stampa delle 22.30 (recensione). Mentre vado a procurarmi sacco a pelo e barbecue, vi saluto e vi do appuntamento a domani.

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