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Cannes 2014, il diario di giovedì 15 maggio

Cannes 2014: a un giorno di distanza dallo sbarco (ok, non è la Normandia ma la nazione è quella) si comincia a orientarsi meglio nella marea di proiezioni, conferenze, vernissages e chi più ne ha più ne metta. L’ubiquità è un superpotere sottovalutato, ma in un festival del cinema farebbe davvero comodo.

La differenza che subito salta all’occhio rispetto alle manifestazioni italiane è la ferrea organizzazione dei nostri cuginetti d’Oltralpe: spuntano dovunque transenne, percorsi obbligati, poliziotti gentili ma inflessibili. La sensazione di oppressione viene mitigata, lo devo ammettere, da quella di inevitabilità. Non c’è spazio per le proteste, per le furberie tra le pieghe, si pascola come un ordinato gregge tra una sala e l’altra, subendo controlli al metal detector ripetuti: siamo una gran brutta categoria noi giornalisti, cara security francese, ma bombaroli proprio no.

Se volete venire qui a Cannes senza spendere molto preparatevi a… restare a casa. Il luogo comune sui mangiatori compulsivi di baguettes trova finalmente una motivazione: è l’unico cibo che può essere mangiato in zona senza accendere un mutuo.

Ma lasciamo le varie ed eventuali e torniamo a parlare di cinema, che poi è il motivo per cui siamo qui. La giornata di giovedì inizia prestissimo con la proiezione anticipata per la stampa di “Mr. Turner” di Mike Leigh: un film magnifico, di cui vi parlo ampiamente nella recensione dedicata. È stata l’occasione per entrare finalmente al Gran Teatro, la sala forse più bella e di sicuro più importante del mondo, riservata agli invitati VIP nelle presentazioni serali con le delegazioni e le star. Un luogo magico, ve la mostrerò presto in foto. E segnalo anche “Timbuktu” di Abderrahmane Sissako (recensione), l’altro film in competizione presentato ieri.

Iniziano le dolenti note con la prima proiezione del pomeriggio, e le dolenti note vengono tutte dall’Italia. La selezione ufficiale della Semaine de la Critique, sezione collaterale dedicata alle opere prime e seconde, è aperta da uno dei tre italiani presenti qui sulla Croisette, l’unico autore uomo: parliamo di “Più buio di mezzanotte” di Sebastiano Riso. Il film vale poco, uno scombinato ritratto della vita prevalentemente notturna dei “ragazzi di vita” catanesi, attraverso gli occhi di Davide, un ragazzino alieno dall’identità sessuale confusa e in via di definizione. Attraverso l’espediente della narrazione in piani temporali scombinati, la pasticciata sceneggiatura cerca di farci vivere in maniera empatica le tribolazioni di questa combriccola allegra, ma con la tragedia inevitabilmente nell’aria. Canzoni della Rettore, passeggiate tra i vicoli con camera a precedere che vorrebbero ricordare le passeggiate della Magnani in “Mamma Roma” ma non ci si avvicinano nemmeno di striscio, una strano presente infarcito di auto anni Ottanta e vinili (forse l’idea migliore, forse l’unica). Totale stroncatura.

Ma non è finita qui. Nella sala dell’Espace Miramar è andato in scena uno spettacolo altrettanto indegno. A precedere la proiezione, arriva in sala con forte ritardo sull’orario previsto (un unicum, al momento), la delegazione del film. Regista, sceneggiatore, gran parte del cast, tra cui l’attore feticcio di Crialese Vincenzo Amato, Pippo Delbono e poi lei, la star. Entra Micaela Ramazzotti in abito da sera come una diva di Hollywood, e fin qui va tutto bene, ognuno si veste come vuole. Rimane visibilmente contrariata dai pochi applausi della sala al suo annuncio (stacci, cara Micaela, fuori dai confini nazionali non ti conosce nessuno). Bruciata da mania di protagonismo, strappa quasi il microfono al regista rompendo il protocollo, e comincia un pistolotto in italiano. Le si fa gentilmente notare che non ci sono traduttori dalla nostra lingua. Punta sul vivo, biascica un «merci beaucoup» e scende dal palco con i lineamenti stravolti dalla tensione. La notorietà genera mostri: tranquillizzati Micaela, apprezziamo la tua passione, ma anche meno.

Alla fine della proiezione, poi, urla da un paio di giornalisti italiani, dei “vergogna” a pieni polmoni. I due attori più giovani alla soglia della lacrime. Cos’avrà pensato di tutto questo psicodramma Andrea Arnold, la bravissima regista britannica presidente della giuria della Semaine, presente in sala? Una roba poco edificante, nient’altro da aggiungere.

Ci si riprende con la spostamento in sala Debussy per l’apertura ufficiale di Un Certain Regard. Cerimonia sobria ma festosa, la sezione lancia la sfida al concorso ufficiale presentando una selezione di tutto rispetto. Presenti estratti da tutti i film in concorso: se il film di Asia Argento mantiene le “promesse” che i due minuti proiettati lasciano intravedere, ne vedremo delle belle.

Il film d’apertura è “Party Girl“, diretto a sei mani da Marie Amachoukeli, Claire Burger e Samuel Theis. La storia ruota attorno alla protagonista Angelique Litzenburger, che interpreta in pratica se stessa. La definizione di un personaggio più che un racconto vero e proprio, una donna segnata dalla vita, ex spogliarellista, che crede di trovare amore e stabilità tra le braccia di un rude operaio, ma poi capisce che l’adattamento ad una vita “normale” e borghese non le si addice. L’opera funziona per la potente spontaneità della protagonista, ma siamo in territori narrativi assolutamente convenzionali. Non si spiega la pluralità di registi in un film compatto stilisticamente, poco virtuoso. Non da buttare, ma lo dimenticheremo presto. Simpatica la scelta di far piombare sul palco come delegazione tutta la troupe, a sottolineare lo spirito cameratesco che ha animato le riprese; simpatica certo, ma che non si ripeta più, venti minuti buoni persi tra lo sciorinare nomi e l’aspettare che discendano dal palco uno ad uno dall’unica, stretta scaletta.

A chiudere la seconda giornata, si può rinunciare, secondo voi, alla proiezione di “8 e ½” sulla spiaggia di Cannes su una sedia a sdraio con plaid gentilmente offerto dall’organizzazione? No che non si può. Le stelle, la luna piena, i fuochi d’artificio, Chiara Mastroianni che viene ad omaggiare il padre, tutto più che perfetto. Ma, visto che la perfezione non è di questo mondo, qualcosa a rovinare la magica atmosfera doveva pur arrivare. A dieci minuti dalla fine, quando già si pregusta il celeberrimo carosello finale, l’audio s’interrompe, dopo qualche secondo sparisce anche l’immagine. Per non tornare più! Problemi tecnici che nemmeno all’ultimo festivalino di provincia, un sogno svanito, un coito interrotto. Mentre noi risaliamo mestamente la spiaggia con la copertina sulla spalla, io vi do appuntamento a domani.

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