Home > Rubriche > Eventi > Cannes 2014, il diario di giovedì 22 maggio

Cannes 2014, il diario di giovedì 22 maggio

Vi avevo lasciato ieri con una promessa, dovevo riportarvi un retroscena ascoltato prima della proiezione stampa di “Mommy” di Xavier Dolan di ieri sera (qui la recensione). Mantengo l’impegno. La seconda proiezione stampa, quella della tarda sera, è ormai ufficialmente la proiezione “italiana”. Nelle prime file tutto il gotha del giornalismo italiano su carta. Il motivo è anche semplice, i quotidianisti non vanno a quella delle 19 perché impegnati a scrivere i pezzi per il giorno dopo, ma non vale forse questo per tutte le nazioni? Vabbè, meglio non farsi troppo domande. Vi riporto una conversazione senza fare i nomi, non sarebbe eticamente corretto, ma tanto loro non leggeranno mai queste righe e se voi non andate a riferirglielo, io chi sono ve lo faccio capire.

Diciamo che è la squadra di un certo quotidiano formato tabloid che è il secondo d’Italia per vendite e che è posseduto dal nemico storico di Berlusconi. Chiaro, no? Si parlava di Godard, naturalmente, l’argomento principe della giornata di ieri. Il problema era quante«palle» di valutazione dargli, «ché al giornale interessa solo quello». Dopo una serie d’improperi contro il povero Jean-Luc (il più carino «pensa una proiezione all’Adriano a Roma con la gente che je tira appresso le poltrone»), si passa a Ghezzi e Giusti, gli unici professionisti che hanno adorato e venerato il film, in pratica. «Quei due se la cantano e se la suonano», quei due qui, quei due lì. E via poi per due ore e un quarto di sonno guardando un film di DOLAN: brillante, piacevole, difficile addormentarsi anche in condizioni di stanchezza estrema (condizioni in cui eravamo tutti ieri sera, c’è da dirlo). Profondo sgomento. Enrico Ghezzi e Marco Giusti, per chi non li conoscesse, sono in pratica i Godard e Truffaut della critica italiana, partiti insieme, poi divisi da divergenze insanabili. Per Giusti il paragone con Truffaut è anche eccessivo francamente (ma la persona è amabile e la sua difesa del cinema “pecoreccio” alla base del contendere ha tutta una motivazione teorica che qui sarebbe troppo lungo esporre), per Ghezzi forse no. Basta con i NON critici ai festival, e chiudiamo qui l’argomento definitivamente.

Arriviamo alla giornata d’oggi, con molto concorso, un’opera collettiva dove sarà possibile ammirare ancora un altro po’ di Godard — “Les ponts de Sarajevo” — e un finale dove si spera di riuscire a presenziare all’evento “midnight cult” della serata e forse dell’intero Festival. Ma andiamo con ordine.

La mattina inizia con Ken “il rosso”, il maestro Loach, un uomo meraviglioso al quale tutti noi dobbiamo gratitudine eterna e che gode di credito illimitato. Ma anche lui vorrebbe da me una valutazione onesta del suo “Jimmy’s Hall“, sulla figura di James Gralton, comunista irlandese inviso praticamente a tutti in patria, sia in quanto comunista sia in quanto ateo. Ve ne parlerò nella recensione, ma questa volta c’è il solito comizio, e va benissimo, ma pochissimo cinema.

Non ci appassiona Jimmy, non ci appassiona la sua storia, sembra che Loach abbia innestato il pilota automatico alla regia. Credo che questo sia un film che Ken può dirigere anche a occhi chiusi. E infatti nelle sole cinque settimane di lavorazione di cinque giorni l’una, sembra ci tenga a sottolinearlo in conferenza stampa come a mettere le mani avanti, gli occhi deve averli aperti ben poco. La delusione più profonda e sanguinosa di tutto questo festival.

Nemmeno il tempo di mettere il naso fuori dalla sala per una veloce sigaretta, che il cielo s’annuvola, il vento diminuisce e parte un acquazzone epocale. Io devo rimanere in questa sala per il film successivo, quindi per me poco male. MOLTO male invece per tutti i colleghi che avevano deciso di presenziare al pranzo offerto alla categoria dall’organizzazione nel cortile del castello che sovrasta Cannes da una collinetta. Tutto annullato. Secondo me lo hanno fatto apposta, guardando le previsioni del tempo, così potevano risparmiarsi il corposo catering. Non era mai stato organizzato di giovedì ma sempre l’ultimo giorno, pare. Grossa soddisfazione per tutti i festaioli e presenzialisti vari rimasti con un palmo di naso. Su questo capitolo, apriamo una piccola parentesi.

Dovete sapere che c’è una fauna precisa che si muove attorno ai festival cinematografici munita di badge e pass vari, composta da varie specie e sottospecie. Ci sono i festaioli, quelli che stanno sempre a rincorrere l’invito per QUEL determinato aperitivo imperdibile, o vagano per elemosinare ingressi alle feste delle varie delegazioni, sono sempre ben vestiti, sono sempre in movimento, ma per loro essere a un festival del cinema o dell’antiquariato non cambia poi molto. Poi ci sono quelli che il cinema lo fanno, lo hanno fatto, o vorrebbero farlo, stanno continuamente a parlare di cinema, ma non guardano un film nemmeno a pagarli. Entrando tra i colleghi, ci stanno i giornalisti da sala stampa, quelli che non si muovono mai dalla sedia e dal loro PC (anzi, due su tre dal loro Mac), twittano, sono informatissimi su quello che succede, ma potrebbero esserlo allo stesso modo stando a casa, senza nessuna differenza. E poi ci siamo noi topi da sala, che consideriamo ogni minuto passato a non guardare film un minuto irrimediabilmente perduto che non tornerà mai più. Cannes poi ha altri tipi di fauna specifica del luogo, ma ne parliamo domani.

Si rimane in sala, dicevo, per recuperare “The Search“, per il commento al quale vi rimando direttamente alla recensione. Il pomeriggio, con la pioggia battente che continua a funestare la giornata, è dedicata all’opera collettiva fuori concorso “Les ponts de Sarajevo“, undici registi chiamati a dedicare cinque minuti di finzione alla città teatro di tanti rivolgimenti europei, dall’attentato dell’anarchico Gavrilo Princip che nominalmente diede inizio al primo conflitto mondiale alla sanguinosa guerra civile dell’inizio degli anni Novanta. Siamo tutti lì per il contributo di Jean-Luc Godard, che sciorina cinque minuti di materiale all’altezza delle aspettative, tra sovrimpressioni, fiammeggianti scritte su schermo e rimaneggiamenti di sequenze altrui ricomposte e miscelate, a produrre nuovi scarti di senso. Il suo (non) stile, come già detto ampiamente altrove. Per il resto, da notare soltanto l’orribile corto di Leonardo Di Costanzo, l’unico senza immaginario e senza un’idea filmica se non di riporto, un peccato per un regista che aveva notevolmente impressionato con il suo “L’intervallo”.

Ci si muove verso la Quinzaine, il cielo minaccia la pioggia, uno degli eventi della serata è già stato annullato, la proiezione sulla spiaggia del classico “Polyester” di John Waters in ODORAMA! Cosa voleva dire? In che senso? Chi conosce il film può avere un’idea precisa del “mood” di odori che si sarebbero sparsi su quel tratto di costa. Un dubbio che non ci toglieremo più, probabilmente, ma vivremo benissimo senza saperlo.

Per strada si fanno incontri improbabili, la stagione sportiva è finita e Cannes è un posto di vacanze di ricconi, solo così mi spiego la presenza di Fabio Quagliarella davanti a uno dei locali più “in”. Ora non c’è tempo di spiegare a chi non segue il calcio chi sia questo bieco individuo, a chi lo segue dico solo che io tifo per il Napoli…

Alla sala cinematografica del Marriott Hotel, dunque, luogo di svolgimento della Quinzaine des Réalisateurs, c’è una proiezione serale con i connotati dell’imperdibile. A quarant’anni esatti dall’uscita originaria nelle sale cinematografiche si proietta nella versione restaurata “The Texas Chainsaw Massacre“, in Italia “Non aprite quella porta“. La preparazione della proiezione è piena di quei piccoli tocchi di classe che rendono una manifestazione come questa unica in tutto il mondo. In sala si sente un rumore di motosega elettrica, che sale lentamente, con il passare dei minuti, all’avvicinarsi dell’inizio. La scritta Cannes sullo schermo, solo una, non tutte, ha dei piccoli schizzi di sangue che partono dalla S: questa è classe, ragazzi, non c’è niente da fare.

Il film lo conoscete tutti benissimo, non devo essere io che l’ho visto SOLO due volte a spiegarvelo: un inferno sulla Terra, una miniera d’invenzioni visive, il film che inaugura il filone slasher e la mostruosità che si annida nel white/trash, gli abitanti della profonda provincia americana dove si annidano mostri inenarrabili, inaugurata al cinema, a dire il vero, da John Boorman con “Deliverance” qualche anno prima, ma in un’altra chiave.

A introdurre la serata c’è Nicolas Winding Refn, che monologa per dieci minuti sull’importanza del film come opera totale d’arte pop e sull’assurdità che nel palmares di Cannes manchino geni assoluti come Tobe Hooper e John Carpenter. Confermo e sottoscrivo, specialmente per il mitico Johnny, uno dei miei dieci registi preferiti in assoluto.

Entra Tobe Hooper, ed è il delirio: standing ovation interminabili prima e dopo la proiezione, lui commosso, Refn estasiato. L’ostracismo verso la generazione di cineasti che ha cambiato il cinema di genere americano e mondiale degli ultimi tempi è uno dei mali del mondo, per me. Abbiamo bisogno come il pane di nuovi film di Hooper, Carpenter, Landis, Dante, ne ha bisogno l’immaginario del pianeta. Ho esagerato, dite? Assolutamente no. E se avete da ridire, posso farmi prestare da Leatherface la sua motosega … Ora ho improvvisamente ragione, vero? A domani.

Scroll To Top