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Cannes 2014, il diario di lunedì 19 maggio

E a Cannes è arrivato anche il primo giorno di maltempo, doveva succedere prima o poi. Vento forte, pioggia, dieci gradi secchi in meno rispetto a ieri, almeno percepiti. Una cosa me la dovete spiegare: ma che succede il lunedì mattina in Francia? È tutto chiuso, bar, edicole, tabaccherie. La domenica è arrivata più tardi? C’è un fuso orario diverso? È comunque un bel modo di combattere lo stress da lunedì, mi complimento con i cuginetti d’Oltralpe.

A propositi di differenze tra noi e “loro”, lo sapevate che le tastiere dei computer francesi non hanno il nostro sistema Qwerty? Io non lo sapevo. Il primo giorno in sala stampa è stato il panico. Mi siedo, provo a entrare su Facebook, e le lettere non sono al loro posto! Cerco la chiocciola, ma non la trovo! Ero semplicemente entrato nella fila con le tastiere francesi, per fortuna minoritarie rispetto al resto. È il loro modo di difendere le specificità e le differenze: nella lingua non hanno importato nessuna parola dall’inglese, nemmeno le più scontate come computer, che loro chiamano meravigliosamente “ordinateur“. Il tie break nel tennis per loro è “jeu decisif“. Strano che non abbiamo trovato un loro specifico senso di marcia in automobile, non a destra, non a sinistra, ma a cavallo della linea mediana, magari.

La mattinata al festival inizia benissimo con l’altro americano in concorso, Bennett “Moneyball” Miller e il suo “Foxcatcher“. Avrete notato come i voti dei film in gara siano particolarmente alti, ma c’è poco da fare, è un concorso di livello stellare. Solo Atom Egoyan, finora, ci ha profondamente deluso, pur salvandosi parzialmente con forti dosi di mestiere. Parallelamente, è da notare il bassissimo livello delle altre sezioni. Chi segue questo diario ha potuto notare come i commenti ai film, invero non molti perché il tempo è tiranno, visti a zonzo tra Un Certain Regard e proiezioni serali varie siano quasi sempre negativi. A Roma, ad esempio, succede sempre l’esatto contrario. È una nota di merito per i selezionatori della selezione ufficiale, comunque, che lanciano un messaggio ben preciso: fidatevi di noi, e vi daremo i venti film migliori che il mondo propone in questo momento.

Due parole le merita Thierry Frémaux, che salta come un grillo da una sala all’altra a presentare TUTTE le proiezioni. Deve avere una macchina per il teletrasporto da qualche parte, gli spostamenti a Cannes sono lenti, pachidermici, interminabili. E con quale verve spende sempre qualche battutina con la varie delegazioni, un incrocio imbrobabile tra Bob Hope e Fabrizio Frizzi. Grande Thierry, personaggio a cui è impossibile non volere un gran bene.

Del GIGANTESCO film di Miller, il migliore finora insieme a quello di Leigh, si parla ampiamente nella recensione. Visto con mezz’ora di ritardo in proiezione di cortesia, in un tendone sul mare scosso da folate di venti impressionanti. Ma ha contribuito ad aumentare ancora di più l’atmosfera epica.

Fuori dalla sala a film finito veloci come fulmini, c’è l’appuntamento con la conferenza stampa di “Maps to the Stars“, con Julianne Moore, con Mia Wasikowska, con John Cusack, con Robert Pattinson ma, soprattutto, con sua maestà David Cronenberg. Ressa immane fuori, atmosfera rilassatissima dentro la sala. Con la mia solita fortuna becco un posto in terza fila, molto laterale, sembra buono, ma appena seduto, tac!, mi accorgo che ho davanti il contenitore dei traduttori simultanei e non vedo un tubo! Passo tutta la conferenza in piedi addossato al muro, John Cusack mi guarda continuamente per tutto il tempo, non dico male ma insomma, non con uno sguardo simpatico.

Enrico Ghezzi parte con un’intemerata di cinque minuti per poi domandare semplicemente se Cronenberg avesse visto “The Canyons” di Paul Schrader. E qui scatta l’orgoglio del vostro recensore che aveva perfettamente beccato l’incredibile somiglianza tra i due film. Dura tutto troppo poco, si ride parecchio, tra un Pattinson imbarazzato alla domanda sulla migliore partner di sesso in limousine tra la Moore e la Binoche del film precedente, e un Cronenberg insospettabilmente simpatico e battutaro. Vorrei stendermi ai suoi piedi alla fine di tutto, e dirgli che può anche muoversi, ma la ressa è tanta e lascio perdere. Tento di fregarmi il segnaposto di zio David, ma una tizia dell’organizzazione mi ferma gentilissima con la classica espressione del “ma ‘ndo vai?”. Per finire, sento Ghezzi dare appuntamento a Cronenberg per la cena di stasera, e qui l’invidia sale a livelli altissimi. Portatemi con voi, vi prego, mangio poco e non sporco!

Sulle ali del vento si ritorna nella sala vista-mare per uno dei film più attesi tra le proiezioni speciali fuori concorso, “The Rover” di David Michôd, che scrive e dirige. Apriamo una piccolissima parentesi proprio in merito a questo. Non sempre è automatico saper scrivere un film e saperlo dirigere al contempo. I registi dell’ultima generazione tendono spesso a fagocitare entrambi i ruoli, zoppicando spesso proprio nella tenitura generale dello script. A ognuno il suo mestiere, ancora una volta, per ogni Orson Welles o Paul Thomas Anderson, rischiamo di perderci per strada i nuovi David Mamet, Charlie Kaufman o Age&Scarpelli, per restare in Italia.

“The Rover” soffre pesantemente proprio sul versante della sceneggiatura. In un’Australia postapocalittica (un’apocalisse appena avvenuta, e di cui non sapremo mai le cause) un uomo, Guy Pearce, cerca di riprendere la sua macchina, che gli è stata rubata da tre balordi in fuga. Il fratello di uno dei balordi — Robert Pattinson, in un ruolo da semidemente che gli calza a pennello, se volete leggervi dell’ironia fatelo pure, ma qui è bravo davvero — è stato abbandonato sulla strada in fin di vita. Pearce lo raccoglie e insieme partono per la caccia. L’Australia è da sempre perfetta per i film da “day after” e per le storie ambientate in vasti spazi (due esempi, la serie di “Mad Max”, ma anche l’orrido “Tracks” di John Curran visto in concorso a Venezia), la regia di Michod è puntuale e precisa, anche insospettabilmente virtuosa a tratti. C’è da lodare, per una volta, un comparto prettamente tecnico: il sonoro. Gli spari, i pugni, le esplosioni, sono resi con una potenza davvero rara.

Ma arriviamo alle dolenti note, che ci sono, e vengono tutte dall’intreccio narrativo: un frullato di tutta la fantascienza degli ultimi quarant’anni. Perché il personaggio di Guy Pearce combatte, picchia, fa una strage per riprendere questa benedetta macchina? Perché non ne ruba un’altra come fanno tutti da quelle parti? Ecco, per me il finale, che naturalmente non vi svelo, è semplicemente inaccettabile. Si può parlare dell’importanza di una motivazione per continuare a vivere, certo, ma a me sembra più che altro una strizzatina d’occhio alle associazioni animaliste che prendono sempre più peso politico in ogni parte del mondo. Un’occasione sprecata, peccato.

È ormai sera inoltrata e ci si avvia verso l’ultima proiezione della giornata, l’unico film orientale in concorso quest’anno, “Still the Water” di Naomi Kawase, la seconda donna in gara come regista oltre alla nostra Rohrwacher. Due cose da notare, con una piccola postilla. Nei personaggi e nelle relazioni tra personaggi i due film di Kawase e Rohrwacher hanno davvero molti punti in comune. E qui magari è quest’ultima che è stata presa a rimorchio del film di Alice, nettamente migliore. Poi è davvero strana l’assenza del cinema orientale da questa edizione del Festival.

Un film in concorso, un altro in Un Certain Regard, Zhang Yimou in proiezione speciale che passa domani, e fine. Speriamo di beneficiare di quest’assenza nei Festival italiani. Per il film, vi rimando alla recensione. Chiudo dicendo che, chissà perché, nelle prime cinque file c’era tutta la stampa italiana. Non era ancora mai successo di trovarmi solo ed esclusivamente tra conterranei, tutti i quotidianisti erano lì. A metà film dormivano (quasi) tutti. Un saluto e a domani.

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