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Cannes 2014, il diario di martedì 20 maggio

Mentre in Italia si parla solo dell’intervista di Grillo da Vespa, io mi beo di essere lontano dalle nostre beghe da cortile, che da un luogo dove i migliori artisti del mondo allargano le prospettive e spalancano gli orizzonti sembrano roba piccola e misera. Votare senza il coinvolgimento becero degli ultimi giorni di campagna elettorale è un mio sogno da sempre, questa volta sarà fatto. Approfitto biecamente del mezzo in questione per salutare Valentina Carnelutti, che ha diviso per qualche giorno con noi il nostro appartamentino di rue Jean Dollfus, e che è ripartita stamattina. La conoscevo già come brava attrice, posso affermare ora che anche la persona non è da meno, poco star e molto simpatica. Valentina era qui a Cannes per presentare al Mercato il suo corto da regista “Recuiem“, che non sono riuscito a vedere perché in questi giorni convulsi non si ha mai tempo per nulla, ma che amici e colleghi mi dicono sia molto bello. Marchetta non richiesta effettuata, cara Valentina, se al prossimo progetto mi rifiuti un’intervista ti vengo a cercare. Si scherza, ovviamente.

Ne approfitto per parlarvi del Mercato. È la vera specificità di Cannes rispetto agli altri festival mondiali, il motivo principale per cui il mondo del cinema tutto, oltre a chi è direttamente coinvolto nelle varie competizioni, si presenta qui in forze in questi dieci giorni. Una sorta di suk dove invece di spezie e tappeti si vendono film, già finiti, in via di definizione o ancora sulla carta. Il programma fa venire il mal di testa al solo guardarlo, centinaia di proiezioni giornaliere in sale grandi, piccole o piccolissime, anche da dieci posti. Promoters e hostess che cercano di tirarti dentro in tutti i modi, offrendo anche gadgets assurdi. Un film di zombie spagnolo offriva finte banane decomposte, per dire il tono. Inutile perdersi in questo caos, c’è di tutto, dalla ciofeche immonde della Asylum al misconosciuto capolavoro filippino che magari non vedrà mai le sale, ma come saperlo prima? Molto meglio fidarsi della selezione di Frémaux, Jacob e soci. Che oggi offre, ad esempio, piatti gustosissimi per tutti i palati.

Si inizia con un film magnifico, il nuovo capolavoro dei fratelli Dardenne in concorso, “Deux jours, une nuit“. Per l’analisi del film vi rimando, come sempre, alla recensione. Qui un breve commento alle dichiarazioni che avevano preceduto il film, presentato da Frémaux come un «western belga». Ad una prima occhiata, non ci si spiega l’accostamento, ma basta rifletterci e arriva come un treno. La protagonista gira per la città per chiedere aiuto uno alla volta ai suoi colleghi e conoscenti: e non è forse lo stesso spunto narrativo di “Mezzogiorno di fuoco” di Fred Zinnemann, uno dei capolavori del western e dell’arte cinematografica tutta? Mi convince molto di più quest’accostamento che quello del collega Gianfranco Zappoli di Mymovies che invece ci ha visto “La parola ai giurati” di Sidney Lumet, ma complimenti comunque a Gianfranco da un fan totale degli accostamenti spericolati. Madonna quanto sono buono oggi, sarà che il Festival ha ampiamente scollinato la sua metà ed è nella fase discendente.

Alle 11 del mattino vediamo in anteprima stampa “Coming Home“, del venerabile maestro cinese Zhang Yimou. Venerabile almeno fino a quando è diventato l’artista organico del regime cinese, una sorta di anti Wang Bing. Questa volta torna a lavorare con la sua musa Gong Li, la protagonista di quel “Lanterne rosse” con cui si è guadagnato un posto imperituro nella storia del cinema, e realizza un tentativo di affresco storico in forma di melodramma. L’intenzione è quella di riflettere sul periodo maoista e sulla Rivoluzione culturale: tutto il cinema cinese che arriva nei festival europei riflette su questo, ricordiamo “Blue Sky Bones” di Cui Jian all’ultimo Festival di Roma, devono essere direttive partite dall’alto. Il film parte benissimo, Gong Li ha una scena di corsa verso il marito preso dalle guardie che sembra presa pari pari dalla celeberrima morte della Magnani in “Roma città aperta“. Solo che lei non muore, viene imprigionata per qualche anno, e soffre di amnesia psicosomatica. Il marito non se lo ricorda. Tutto il film si regge su quest’ideuzza, sul marito che tenta in mille modi di farsi ricordare. Gong ha rimosso il ventennio maoista, è questa la chiave. Il finale struggente riscatta un po’ il tutto, e c’è da sottolineare l’estremo realismo nel make up dell’invecchiamento dei protagonisti, imparate registi italiani, le cose non si fanno con sciatteria, non basta una parrucchetta bianca. Presentato fuori concorso, il film non incanta ma si lascia guardare, Zhang ha ormai un tocco spielberghiano nel narrare che rende impossibile non rimanere affascinati dal suo uso della macchina da presa. La sceneggiatura, però, un po’ così…

Il tempo di (non) mangiare come ogni giorno, e ci si mette in fila sotto il sole che oggi picchia duro come poche altre volte. In sala Debussy sta per arrivare il maestro Wim Wenders, in concorso in Un Certain Regard con il suo documentario “The Salt of the Earth“, diretto a quattro mani con Juliano Ribeiro Salgado, dedicato al padre di quest’ultimo, Sebastião Salgado, uno dei più grandi fotografi di ogni tempo. Il Wenders regista di finzione ha ultimamente perso qualche colpo, il Wenders documentarista mai, e non succede nemmeno questa volta. C’è da dire che il suo lavoro è stato molto facilitato dalla forza dirompente degli scatti di Salgado, un artista immenso che io, ammetto la mia bestiale ignoranza, non conoscevo. La bravura di Wim è quella di organizzare il materiale in una forma cinematografica comunque avvincente e narrativa. Salgado parla “dietro” le sue foto proiettate, un’idea visiva difficile da spiegare a parole, ma folgorante. La natura, la morte, poi la rinascita. Un’opera monumentale, tra le migliori cose viste qui in assoluto. DEVE vincere Un Certain Regard, senza appello. Alla fine della proiezione una standing ovation dirompente, interminabile, esplosiva. Wenders si trattiene in sala per oltre mezz’ora dopo la proiezione, a stringere mani, a firmare autografi, ad entrare nei selfie.

E alla fine di tutto, come un ragazzino timido, mi avvicino ad uno dei cinque registi che più hanno formato il mio gusto cinematografico in assoluto, sussurrandogli di rappresentare per me una personale divinità, e ricevo da lui una stretta di mano e una pacca sulla spalla. Se il mondo finisse qui, oggi, andrebbe bene, potrei dire comunque dire di aver vissuto a pieno. A quanti capita, in un’esistenza, di incontrare Dio?

La giornata ha già detto tutto quello che aveva da dire e anche di più, ma non è finita. Bisogna ritornare in sala Debussy, ancora per Un Certain Regard, per l’esordio registico di Ryan Gosling, “Lost River“. Ryan è una star planetaria più di quanto pensassi, c’è del delirio vero in giro per il suo arrivo. Fila lunghissima ma nemmeno troppo, e siamo di nuovo dentro. La compagnia è ottima: s’intravedono tra le poltrone Wim Wenders, ancora lui, Willem Dafoe, Abel Ferrara, Nicolas Winding Refn. Probabilmente il luogo più “cool” del pianeta intero dove trovarsi in questo momento, ragazzi, poco da dire.

“Lost River” film è un pastrocchio immane. Gosling prende suggestioni visive da tutti i registi che più gli piacciono e con cui ha lavorato e frulla insieme ogni cosa in un pappone quasi indigeribile. Ricordate quando si parlava del problema dello “scritto e diretto” qualche giorno fa? Ecco… Se il film fosse una serie di corti, funzionerebbe pure. Il direttore della fotografia lavora alla grande, c’è un onirico mondo sotterraneo, c’è un teatro grand guignol, c’è Barbara Steele che gioca con il suo status di diva di culto in disarmo facendo la vecchia matrona che guarda continuamente i suoi vecchi film horror in televisione (e muore malissimo). A me piace questo tipo di cinema, visionario, con un tocco di surrealismo, ma è difficilissimo da fare. Al confronto il film più sconclusionato di Refn, “Fear X”, è un capolavoro di coerenza e costruzione narrativa.

Standing ovation finale, più alla star che all’opera. Wenders non si vede più, Dafoe neppure, Refn appalude e manda baci a Ryan con un sorrisetto che è tutto un programma, ma come biasimarlo? Anch’io supporterei un mio amico in quel momento, per poi tirargli adeguatamente le orecchie in privato. Tra i ringraziamenti dei titoli di coda, gli scontati Refn e Derek Cianfrance, e anche Terrence Malick . Lasciali stare i maestri veri Ryan, ci fai una figura migliore. E ora è veramente tutto, giornata incredibile, e domani arriva Godard. Rimanete sintonizzati.

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