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Cannes 2014, il diario di mercoledì 21 maggio

L’atmosfera oggi è strana, elettrica, fin dal mattino. Tra cambi di coinquilini, chiavi da consegnare, chiavi da riavere indietro ci si perde la proiezione anticipata del primo film in concorso del giorno, “The Search” di Michel Hazanavicius (qui le immagini dal photocall). Ma queste sono solo le cause apparenti. In realtà lo spirito di Jean-Luc Godard aleggia nell’aria e vuole salvarmi dal vedere vaccate prima del grande incontro. All’arrivo al Palais si parla di “The Search” come di una proiezione “fumantina”, con fischi e urla ripetute durante le interminabili, pare, due ore e mezzo di durata. Non ci fideremo certo della vox populi, state tranquilli, domani mattina andremo a toccare con mano.

Bisogna pur ingannare l’attesa fino alle 16 in qualche modo (alle 16 c’è la proiezione UNICA per stampa e pubblico di “Adieu au langage” di Godard), e ci si infila alla Debussy per il film della mattinata di Un Certain Regard, il cinese “Fantasia” di Wang Chao. Uno strano oggettino cinematografico, che lascia basiti ma con un interessante retrogusto speziato che monta con il passare del tempo. Innanzitutto apprezziamo vivamente la lunghezza, appena un’ora e un quarto. È il Festival dal minutaggio più ingombrante della storia, probabilmente. Sembra che non si possa fare ormai un buon film sotto le due ore abbondanti. I Dardenne hanno ampiamente dimostrato che questa convinzione è errata.

Tornando velocemente a “Fantasia”, è una delle opere migliori viste al Regard, foriero di una marea di delusioni. Cina contemporanea, famiglia di quattro membri, aggregazioni e disaggregazioni, malattie e difficoltà economiche, e un tocco di realismo magico ancor più riuscito perché completamente disarmonico, non spiegato. Ad un certo punto, da una barca, una sorta di Atalante decaduto e dismesso, parte “O sole mio” per tromba e basettina dance. Non siamo molto presenti in questo Festival, ma ci arrivano omaggi inaspettati da ogni parte del mondo. Mi si racconta di un film greco dove Patty Pravo furoreggia, della Deneuve che canta Celentano nel film di André Téchiné fuori concorso. Si cercherà di recuperare qualcosa, ma non sarà facile.

Ma ora è il momento di andare in trincea, bisogna entrare alla proiezione del film di Godard, obiettivo da raggiungere a ogni costo. Manca un’ora e mezza, colleghi mi tacciano d’inutili paranoie, di sovrastima eccessiva per l’interesse all’evento, «tanto Godard interessa solo a noi addetti ai lavori, il pubblico se ne frega». Sono quelli che rimarranno fuori, TUTTI. Si tenta l’approccio al red carpet dal lato Palais, quello da dove entriamo di solito la mattina per le anticipate stampa. Tanta gente, non moltissima, ma tutti in possesso del biglietto/invito. Mi indicano la fila per la stampa dal lato opposto, il lato del lungomare (che è la Croisette poi, farà più figo chiamarla così, ma di quello si tratta). Ma, come vi ho già detto nei giorni scorsi, il tappeto rosso dalle 12 alle 22 non può essere attraversato, va circumnavigato.

Con un giro largo, larghissimo, presidiato da vigili urbani in alta uniforme o di chissà quale diavolo di corpo armato che se ti fermi per un attimo anche solo a riprender fiato t’incalzano con un “allez” perentorio perché stai bloccando il passaggio, che è poi un marciapiede largo tre metri con due fiumane di persone a doppio senso. Ma non apriamo troppe parentesi che non la finiamo più, in un bagno di sudore si compie anche quest’altra operazione, è il pomeriggio più caldo dal nostro arrivo, vedo altri badge blu come il mio e mi accodo a loro, sono un gruppo di spagnoli che ne sanno quanto me (cioè poco), ma mal comune è sempre mezzo gaudio. Arriviamo dall’altro lato, non c’è traccia della fila per la stampa, c’è solo quella del “last minute”, un sinonimo di “rimbalzo assicurato”.

Proviamo a chiedere alla security, oramai siamo una ventina, in tutte le lingue, inglese, francese, spagnolo, io con l’italiano nemmeno ci provo che tanto so che non mi capirebbe nessuno. Ci dicono di tornare indietro, che la fila è più indietro, ma non ha senso, non è mai stato fatto. E invece aguzzando la vista vediamo che un pezzo della strada è bloccato con le transenne, qualche centinaio di metri più indietro. Eccola lì la fila! Ci sono già una cinquantina di persone, tante ma non moltissime, quindi ci si sente più o meno al sicuro. La cosa bella è che nessuno ha la sicurezza matematica che quello sia il posto giusto in cui attendere. Il dubbio che i primi tre abbiano fatto questa bella pensata e abbiamo tirato dietro tutti gli altri disperati in cerca di un posto dove fermarsi è fortissima. Democrazia assoluta, tutti i badge stampa sono unificati, non c’è priorità di nessun tipo, siamo tutti sulla stessa barca: sarebbe bello vederci la mano del compagno Godard dietro questa cosa, io ce la vedo comunque e buona così. Se ne sentono di tutti i colori in quell’ora di attesa sotto il sole cocente: gente che non ha dormito la notte prima, gente che non ha mangiato, gente che, forse a causa del caldo, sostiene che «il film è già iniziato, è questo il film», dev’essere una roba divertentissima vista dal di fuori. Ora, a me piace scherzare e ormai l’avrete capito, ma anche dentro di me l’emozione è tanta. È un evento, un unicum, una cosa da ricordare, da tramandare. Quando Godard presentò il suo ultimo film in concorso a Cannes (non è certo ma sappiamo tutti che è così), io c’ero.

Poi le transenne si aprono, era la fila giusta, scene di gioia, di giubilo, di baci al terreno quando le scarpe toccano il tappeto rosso (lo faccio anch’io). All’ingresso della sala, la maschera mi richiama indietro parlandomi di occhiali: pensavo si riferisse ai miei da sole, e me li tolgo, tanto oggi non mi sembra strano più nulla. E invece mi porge gli occhialini per la proiezione. Io non sapevo che fosse in 3D, lo giuro! È la botta finale.

Cosa dirvi del film, oltre alla recensione che trovate a parte? Che a me l’ora e un quarto di proiezione è sembrata durare dieci minuti? Che la mia bocca è rimasta spalancata per lo stupore per la maggior parte? Che è lo sberleffo definitivo di un autore monumentale che prende per i fondelli tutto il mondo rimanendo coerente al suo (non) stile e necessario all’arte cinematografica tutta? Che è un cimitero del Novecento dove vengono accantonate ideologie, metafore, scuole di pensiero per poi ripartire da capo salvando l’unica ideologia che merita di sopravvivere alla catastrofe (devo dirvi davvero di quale ideologia sto parlando)? Che dopo venti minuti molta gente ha cominciato a mugugnare e ad alzarsi per uscire? Ma cosa credevano di essere venuti a vedere, “Avatar”?

Esco barcollando, sovraccarico percettivamente, per l’esperienza in una sala cinematografica forse più intensa della mia vita. Come ripartire ora, come andare a vedere ancora del “normale” cinema? Guardando il programma, arriva la risposta. Proiezione speciale per il trentennale della Palma d’Oro a “Paris, Texas” di Wim Wenders, in versione restaurata DCP. Solo da un capolavoro assoluto si può ripartire, e poi c’è Wim in sala a presentare che ormai è come un vecchio amico (seh, magari), in due giorni l’ho beccato ovunque, anche al bagno (lì c’ho beccato anche Loach, ma questo degli incontri nel sacro luogo di lotta e di pensiero è un capitolo che apriremo domani se proprio dobbiamo aprirlo, facciamo partire il televoto). Il film inizia, il tema di Ry Cooder è meraviglioso come sempre, Harry Dean Stanton col cappelletto cammina per il deserto e… devo uscire per andare in sala stampa a scrivere per voi. Vi odio profondamente questa sera. Ma non sono uno che porta rancore, vi ho già perdonato. Ora dovete perdonarmi voi, funziona così.

Come avere ancora voglia di un film in concorso alle 22.15 in proiezione anticipata stampa dopo una giornata del genere? Mi avvio verso la sala Bazin svogliato e cattivo, pronto a stroncare qualunque cosa mi passi davanti agli occhi, persino l’omino che cambia i boccioni d’acqua nell’atrio. Ma avevo dimenticato un piccolo particolare: che il film in questione è “Mommy“, del genio totale Xavier Dolan. Che ci fa ridere, piangere, ci emoziona e ci scuote fino alla mezzanotte inoltrata. Vi rimando alla recensione, ora è tardi ma domani vi racconterò delle chiacchiere ascoltate prima dell’inizio, ci sono dei retroscena interessanti, ve lo prometto. Evviva il Festival di Cannes. A domani.

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