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Cannes 2014, il diario di venerdì 16 maggio

Sole splendente anche oggi sulla Croisette, ma folate di vento improvvise che mettono in difficoltà le centinaia di signorine in abito da sera anche alle otto del mattino. La prima proiezione al Gran Teatro delle 8.30 è già una sfilata di moda, immaginiamo le sveglie antidiluviane per la preparazione. Vabbè, fatti loro, all’occhio umano (in particolar modo maschile) non può che far piacere.

Sulla strada si familiarizza ormai con un particolare tipo di fauna urbana, presente esclusivamente nell’habitat di Cannes: quelli che richiedono un invito per l’ingresso alla proiezione, non si capisce con quale speranza di averlo. Uomini e donne di tutte le età che reggono cartelli di varie fogge come all’aeroporto, con la scritta “Cerco un invito” in tutte le lingue del globo. Mai visto nessuno impietosirsi. Ma forse sono stato poco attento.

Pienone per Atom Egoyan al Gran Teatro (e chi se l’aspettava, forse per il cast glamour?), e quindi tutti i giornalisti rimasti fuori, davvero tanti, dirottati altrove per una proiezione speciale di cortesia. Per un commento su “Captives“, vi rimando alla recensione. Qui vi dico che i due protagonisti Ryan Reynolds e Rosario Dawson sono i più fotografati e richiesti della mattinata.

Vista l’esperienza mattutina, ci si mette in fila con largo anticipo per la prima ufficiale di “Winter Sleep“, il film in concorso del turco Nuri Bilge Ceylan (recensione, come per tutti i film in competizione, a parte). Come sempre accade, questa volta non ce n’era alcun bisogno. Mi trovo in sala quaranta minuti prima dell’inizio, senza niente da leggere o musica da ascoltare, e con l’unica compagnia per svariati minuti di una signora all’apparenza ultrasettantenne con al braccio il fidanzato giovanissimo che le si rivolge con “amore mio” ogni tre secondi. Ci sono molti modi peggiori di passare il tempo, comunque, ve lo concedo.

Al termine della proiezione, standing ovation per tutta la delegazione, in particolar modo per Ceylan e i tre protagonisti: Haluk Bilginer, Melisa Sozen e Demet Akbag. Si commuovono tutti, un po’ ci commuoviamo anche noi, un bel momento. Molti temevano le oltre tre ore di durata, se alla terza abbondante la sala ride all’unisono per una gag isolata in oceani di dramma vuol dire che l’attenzione è desta, buon segno. Ma, d’altra parte, anche questo è Cannes: sale stracolme anche per il più piccolo documentario siriano nella sezione collaterale, pubblico maturo, silenzioso, attento.

All’uscita del Palais, ci rendiamo conto del dramma in cui siamo incappati. È in pieno svolgimento il tappeto rosso della successiva première, la sala stampa è trenta metri sopra le nostre teste, ma bisognerebbe attraversare il tappeto rosso. Il comodissimo percorso obbligato con le transenne circumnaviga il palazzo facendo un giro largo chilometri, la gente va e viene, oltre due ore stimate (e provate, è accaduto ieri di ritorno dalla Semaine). E qui scatta l’ingegno di uno sparuto gruppo di italiani, che comprendeva anche me. Dopo vari tentativi a vuoto e “niet” categorici, imbocchiamo contro mano la fila d’ingresso di una delle sale, veniamo miracolosamente ignorati, dribbliamo l’unico rappresentante della security in zona e piombiamo trionfanti sulla terrazza adiacente alla sala stampa. Tutto questo per amore di voi lettori e per non farvi mancare notizie fresche, sia chiaro. Ma come, direte voi, non avevi elogiato appena ieri l’organizzazione spartana che evitava sgabole “all’italiana”. E lo so, amici miei, ma la coerenza non è di questo mondo…

In chiusura di giornata, si torna in sala Debussy per Un Certain Regard e il nuovo film di Jessica Hausner, “Amour fou“. Ecco una di quelle opere che spaccano a metà la critica, senza appello, o si ama o si rimane indifferenti. Io appartengo al secondo gruppo. Un film che abbaglia per la forma, ma irrita profondamente per l’inconsistenza del contenuto. La fotografia digitale unita all’ambientazione e ai costumi ottocenteschi crea uno shock visivo non indifferente, simile allo straniamento che ci fece provare Michael Mann con i suoi anni 30 in “Nemico pubblico”. Ma la parabola romantica del suicidio d’amore di Heinrich von Kleist, impostata come un’opera buffa e sui generis, non intriga e non coinvolge. Una parte della sala si è molto divertita, sbellicandosi dalle risate in sequenze davvero inspiegabili. Sarà per la folta presenza di tedeschi in platea? Non mi ricordo più quale comico affermava che il titolo del libro più breve del mondo è “Storia dell’umorismo tedesco“. E ci fermiamo qui, che altrimenti si offendono, lo spread sale ed è un casino.

Vi lascio dicendovi che il poeta tedesco compone brutte poesie perché la moglie russa. Ecco, se voi foste tedeschi, adesso stareste sbellicandovi dalle risate. A domani.

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