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Cannes 2014, il diario di venerdì 23 maggio

Aria di smobilitazione, da (pen)ultimo giorno di scuola. Al Palais siamo rimasti in pratica solo noi italiani, i francesi e i russi che aspettano il loro “Leviathan“, ultimo del concorso a essere presentato oggi sul red carpet.

È sempre così quando si chiude un’esperienza festivaliera, si è stanchi e non se ne può più da un lato, dall’altro, quello più rilevante, non si vorrebbe mai andar via. Specie quando si viene per il primo anno in un luogo gigantesco come Cannes. Ho appena imparato a muovermi velocemente, a prendere le scorciatoie giuste, a mangiare nei posti dove un pochino si risparmia (ma giusto un pochino), ed è già tutto finito.

Un avviso alla redazione in Italia: se l’anno prossimo non mi ci rimandate, m’incateno alle vostre porte di casa e non vi faccio più uscire. Non so ancora bene come farò a incatenarmi a diverse porte contemporaneamente, ma ho tutto un anno di tempo per studiare le modalità.

Anche la security oggi sembra già in vacanza, i controlli sono più “easy”, qualcuno, roba mai accaduta in questi giorni, ride pure. Si riesce a prendere il caffè e ad andare in bagno senza fare file, impensabile solo fino a ieri. Apriamo un capitolo bagni, va’, che ero in debito. Le toilettes del Gran Teatro, la sala principale, sono un’esperienza: colonne sonore di film in filodiffusione a getto continuo, quell’attenzione ai dettagli di cui vi parlavo anche ieri. Avete mai provato a liberarvi dei liquidi in eccesso con il tema della Morte Nera da “Star Wars” in sottofondo? Tutta un’altra storia, ve lo assicuro.

Capitolo incontri: Wenders urina in bagno, Loach all’urinatoio. Non basta questa semplice annotazione per capire qualcosa in più di una persona, specialmente nel caso di Loach? Frémaux ripete i discorsi a bassa voce e a velocità impressionante, ad esempio.

E poi c’è lui, non posso non parlarvi di lui, l’inglese simil-figlio-dei-fiori, barba bianca, cappello di paglia perennemente sulla testa, magro, dinoccolato, ormai puro mito. Ha un accredito del Mercato, lo si ritrova spesso in fila, non l’ho mai visto in bagno ma l’argomento è strettamente collegato. Emette continuamente peti rotondi, pieni, quasi musicali. CONTINUAMENTE. Nessuno ha mai avuto il coraggio di dire qualcosa, si ride anche di nascosto, ha un aspetto troppo simpatico e signorile. Ma è una mitraglia. Dove possa nascondere tutto quel gas in eccesso un uomo di nemmeno cinquanta chili è un mistero, ma a pensarci bene non lo nasconde, se ne libera, dovunque e in qualsiasi contesto.

Torniamo (relativamente) seri. Oggi sbarca la star, l’idolo, quello che tutti aspettiamo, quello che anche chi snobba fingendo indifferenza lo si ritrova in fila per la conferenza stampa dieci persone prima di te: oggi è il giorno di Quentin Tarantino e dei vent’anni dalla Palma d’Oro a “Pulp Fiction“. Vi parlerò successivamente della mattinata, questa volta stravolgiamo l’ordine. Alle 14.30 è prevista la conferenza stampa di Quentin, venuto a Cannes oltre che per celebrare il suo capolavoro per presentare domani sera il film di chiusura, la versione restaurata di “Per un pugno di dollari” di Sergio Leone, uno dei suoi miti personali e di noi tutti.

La conferenza stampa è uno show, uno spettacolo di cabaret. Quando, ad esempio, si alza come ogni giorno il giornalista del Bangladesh per fare la sua immancabile domanda con la sua vocina bianca assurda vista la stazza dell’uomo, Quentin scoppia a ridere, dice che gli sembra di essere in un cartone animato e dice a Lawrence Bender, il suo primo produttore, presente in sala, di chiamare la Pixar per vedere se hanno bisogno di nuovi personaggi. Ci tiene a sottolineare che “Pulp Fiction” sarà l’unico film proiettato in 35mm di tutto il Festival, e si lancia in un sacrosanto monologo contro il digitale, una battaglia persa ma che è ancora giusto tentare di combattere almeno per i restauri.

Poi annuncia di avere circa un’ora e mezza di montato aggiuntivo di “Django Unchained” tra le mani, potrebbe pensare di aggiungerlo e farne una miniserie TV di quattro puntate. Uno di quei mille annunci che non vedranno mai la luce, sono pronto a scommetterci. Ad una domanda sulla responsabilità avvertita per l’attesa che specialmente il pubblico giovane ha nei confronti dei suoi progetti, risponde che questa cosa «è normale ed esiste da sempre: in gioventù facevo il conto alla rovescia negli ultimi giorni prima dell’uscita del nuovo film di Brian De Palma, il suo idolo totale».

Altri appunti sparsi dalla marea di parole uscite dalla sua bocca nella quarantina di minuti di incontro con la stampa: dice di voler continuare a studiare cinema per tutta la vita come l’ultimo degli studenti universitari, non ama le riedizioni, i director’s cut, «il film finisce per sempre quando viene consegnato al pubblico», continua a elogiare Sergio Leone, che ritiene «il primo nella storia del cinema ad aver usato la colonna sonora di Morricone in modo realmente drammatico», elogia il cinema di genere italiano e il suo coraggio (usando anacronisticamente i verbi al presente, ahimé), parla della sua collezione sterminata di 35mm che compra in tutto il mondo per corrispondenza, dice di odiare i registi che dicono di non vedere mai i propri film («e allora perché dovrebbe farlo il pubblico?») e dice di non avere mai usato musica originale nei propri film perché non si fida dei compositori, vuole essere l’autore vero delle proprie colonne sonore.

Per finire dice davvero una cosa nuova, o che almeno io non gli avevo mai sentito dire, e che condivido appieno: il suo cinema è stato «una risposta al peggior cinema di tutti i tempi, quello muscolare prodotto a Hollywood negli anni Ottanta». A proposito, David Fincher e Richard Linklater sono i migliori registi attuali e “Battle Royale” il miglior film degli ultimi anni, sempre secondo Quentin. L’uscita dalla sala conferenze è un altro specchio fedele di quanto il grado di adorazione verso quest’uomo contagi tutte le categorie. Qui non c’è il pubblico, qui ci sono addetti ai lavori, giornalisti, cameraman, fotografi, gente che starebbe facendo il proprio lavoro, in teoria: avreste dovuto vedere la ressa per un autografo o un semplice tocco di mano, non è stato nemmeno possibile documentare la cosa fotograficamente, si rischiava l’incolumità fisica.

Ma il Tarantino Day non finisce qui.

Sulla spiaggia è in programma alle 21.30 la proiezione di “Pulp Fiction”. Quando si comincia a vociferare che il regista e parte del cast introdurranno lo spettacolo, cominciano i bivacchi ai lati dell’area dedicata, fin dalle cinque del pomeriggio. Io arrivo a qualche minuto dall’inizio, tutte le sedie a sdraio con copertina in dotazione sono già prese, riesco ad infilarmi in un’area laterale inalberando il badge come un trofeo, tra gli sguardi inceneritori di centinaia di persone assiepate lungo il percorso. Non me ne vogliate, amici e amiche, è la prima volta che in un evento del genere mi trovo da quest’altra parte della barricata, ma sono con voi, tra i privilegiati mi sento fortemente a disagio. Con qualche minuto di ritardo sul programma previsto, Quentin si fa largo tra la folla contenuta a stento da una security mai così grossa e cattiva come stasera, devono essere i gorilla personali del boss della Miramax Harvey Weinstein, presente anche lui per omaggiare il film che lanciò la sua casa di produzione e cominciò a renderlo ricco sfondato.

Tarantino si appropria del microfono, comincia il suo show, chiede di alzare la mano a quanti non hanno mai visto il film, qualche mano si alza (non più di quattro o cinque), e lui urla un “losers” che causa ilarità generale. Poi arriva la presentazione delle due star presenti, con un’enfasi assimilabile a quella che precede un incontro di boxe: annunciati con i nomi dei loro personaggi più celebri, una lunga lista che si chiude con i ruoli che hanno rilanciato la carriera dell’uno e lanciato quella dell’altra, Vincent Vega e Mia Wallace, John Travolta e Uma Thurman. Cosa vi aspettereste voi a questo punto, visto il tono hollywoodianpop della serata? Che dalle casse parta il celebre twist e che loro ripetano la scena, no? E invece non succede, devono averlo chiesto specificatamente loro, se vi azzardate a fare ‘sta cosa facciamo partire le querele. C’è ancora un’ultima “tarantinata” però, prima di chiudere questa cronaca di un giorno di ordinaria follia.

Arrivano due tizi vestiti di giallo con una quarantina di grossi cartoni quadrati tra le mani. Cosa sta succedendo? Che Quentin, o chi per lui, ha deciso di rendere ancora più accogliente la visione e offrire la pizza ai presenti. Idea mutuata dall’ultima edizione degli Oscar, probabilmente, ma che funziona alla grande. Visto l’assalto ai forni scatenatosi in pochi minuti, non posso informarvi sulla qualità della pizza in questione. Lascio la spiaggia mentre scorrono i titoli di testa fra urla e applausi, il vento tira forte e io non ho un abbigliamento adeguato, ma, più o meno verso la quinta fila, mi capita di notare un grosso omaccione con camicia “fantasiosa” sbottonata fino a metà petto, lui sì completamente incurante del freddo che aumenta di minuto in minuto.

È Michael Madsen, che io avevo già incontrato nel pomeriggio, al padiglione italiano, impegnato nella presentazione di un thriller girato in Italia insieme anche a Danny Trejo. Sembrava palesemente in difficoltà in quell’occasione, con il suo vocione roco, tra labbroni rifatti e tizi improbabili che popolavano il padiglione. Vi devo parlare del mondo dei padiglioni, non l’ho ancora fatto, ma rimandiamo a domani, per l’ultima puntata di questo diario giornaliero dalla Croisette. La cronaca della giornata tarantiniana si è veramente protratta parecchio.

La spazio rimasto devo usarlo per tornare a parlarvi del festival “vero”. Ho visto gli ultimi due film del concorso, “Sils Maria” di Olivier Assayas e “Leviathan” di Andrej Zvyagintsev. I film che passano l’ultimo giorno hanno un triste destino, o son proprio belli, o passano quasi inosservati perché ormai trovano tutti stanchi e già in attesa dei premi, impegnati in supposizioni, pronostici, tifo da stadio. Questa volta i due film in questione non ce l’hanno fatta a entrare nella cerchia dei “rumours” per domani sera. Per sapere di quanto abbiano fallito, vi rimando come sempre alle recensioni. Per spettegolare un po’ sulle previsioni per i vari premi, vi do appuntamento a domani. È l’ultimo giorno di scuola, bisogna festeggiare. Voi portate da bere, io cerco di convincere Quentin a offrire la pizza anche a noi.

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