Home > Rubriche > Eventi > Cannes 2014, la giuria incontra la stampa

Cannes 2014, la giuria incontra la stampa

Accolti in pompa magna dalla sala stampa del Festival di Cannes i giurati della 67ma edizione della rassegna francese. Una giuria composta da grandi personalità del cinema mondiale, in grado, sulla carta e per chi non crede ai giochi “politici” alla base di questi premi, di esprimere un giudizio quanto più possibile competente sui film in gara per la Palma d’Oro.

Davvero una conferenza stampa senza svolazzi e nel segno della tradizione, comunque. Tutti abbottonati, tutti ingessati nelle dichiarazioni, attenti a non far trapelare nulla di eventuali gusti e preferenze. Ma è giusto così.

Solo Nicolas Winding Refn ha intrattenuto un po’ la “platea”, augurando al suo attore feticcio Ryan Gosling ogni bene per il suo film da regista presente qui a Cannes: «sono sicuro che sarà un capolavoro». Refn ha dichiarato, inoltre, che «la giuria non accetterà compromessi», in quanto «portatrice di sane passioni politiche, artistiche, sessuali». Non ci crederete ma è bastata la parola “sessuali” per scatenare un moto d’ilarità collettivo: davvero umoristi di poche pretese i colleghi giornalisti.

La presidente di giuria Jane Campion, unica donna nella storia del Festival ad aver vinto una Palma d’Oro, ha tenuto a sottolineare di non voler essere la foglia di fico per sanare questa incredibile disparità. Tra gli altri 1500 film visionati dai selezionatori del Festival, anche quest’anno solo il sette per cento era diretto da donne. La Campion ha inoltre specificato, ma ce n’era forse bisogno?, che la sua intenzione «è quella di cercare film che la soddisfino come spettatrice».

A Sofia Coppola è toccata la domanda sulla presenza di molti autori noti e di pochi giovani: «non sono molto d’accordo», ha detto. Un rilassato Gael García Bernal ha raccontato di volersi godere l’esperienza, «senza interviste e senza stress». Per Leila Hatami, attrice iraniana (“Una separazione”), una classica domanda sulla percezione del cinema del suo paese come puramente politico e poco artistico nella sua concettualità: una domanda banale e semplificante alla quale la Hatami ha diplomaticamente risposto eludendola.

Scontroso Willem Dafoe, svogliato e monosillabico. Un momento d’incontro che non si farà ricordare a lungo, dunque, che si chiude però con il doveroso omaggio a una tragedia. È Refn a ricordare il suicidio di Malik Bendjelloul, regista svedese premio Oscar nel 2013 con il documentario “Searching for Sugar Man”, sul chitarrista e cantante Sixto Rodriguez. Applauso sentito di tutti i presenti. Ed ora si parte con la kermesse. Le aspettative sono alte, e questi uomini e donne di cinema sapranno sicuramente scegliere l’opera più meritevole da premiare. O almeno lo speriamo. Vero, Bernardo Bertolucci? Vero, James Gray? Gli orribili Leone e Marc’Aurelio di Venezia e Roma ancora gridano vendetta.

Scroll To Top