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Cannes 2015 — Audiard, Hou Hsiao-hsien, Nemes: un commento ai premi

Francia batte Italia 3 a 0. Possiamo brutalmente sintetizzare in questo modo il palmarès dei vincitori del Festival di Cannes 2015. L’Oriente invece si salva in calcio d’angolo portando a casa il (meritatissimo) premio per la miglior regia a Hou Hsiao-hsien per il suo “The Assassin”.

La diseguale pattuglia francese esce eccessivamente trionfatrice, mentre gli annunciati premi per Nanni Moretti e Paolo Sorrentino rimangono lettera morta e confinati ai rumours (errati) della vigilia.

Vincent Lindon era il favorito assoluto, e il premio come migliore attore per “La loi du marché” di Stéphane Brizé ha un che d’inevitabile.

C’era sentore che un’attrice francese sarebbe stata premiata per rimpolpare il risultato transalpino, ma nei miei pronostici avevo indicato Isabelle Huppert, non Emmanuelle Bercot, che ha attraversato questo festival da dominatrice assoluta, aprendo la manifestazione dietro la macchina da presa con il suo modesto “La tête haute” e chiudendola con la Palma d’oro in mano come interprete di “Mon Roi“. Quando è stato annunciato l’ex aequo, tutti abbiamo pensato alla coppia di protagoniste di “Carol” di Todd Haynes. Invece è stata premiata soltanto la metà meno attesa della coppia, Rooney Mara, che nel film recita a fianco di Cate Blanchett.

La grande sorpresa arriva dal premio alla sceneggiatura, con Michel Franco che evidentemente ha beneficiato della presenza del messicano Guillermo del Toro in giuria: il premio a “Chronic” non è di certo scandaloso, ma la felicità che sprizzava dagli occhi del produttore e protagonista Tim Roth era una palese testimonianza della soddisfazione di una delegazione che si aspettava di far solo passerella.

Il Premio della Giuria è andato a Yorgos Lanthimos per il suo “The Lobster”, un film grandemente atteso alla vigilia ma che poi aveva deluso quasi tutti per la sua inconsistenza narrativa. Evidentemente i giurati hanno premiato l’idea alla base del film, davvero folgorante.

Il Grand Prix premia la giovane speranza del cinema mondiale, László Nemes, che con il suo “Son of Saul” ha realizzato il film che probabilmente resterà più di ogni altro nella storia e nella memoria di pubblico e cinefili nei decenni a venire. Seguiamo questo ragazzo con attenzione, ha avuto il coraggio all’esordio di affrontare il tema più complicato da raccontare (quello dei campi di concentramento nazisti) trovando una chiave registica e di messa in scena a dir poco sublime.

E poi, la Palma d’Oro a “Dheepan” di Jacques Audiard. C’è delusione, inutile negarlo, preferivamo altri film e altri autori (su tutti i totalmente ignorati Nanni Moretti e Jia Zhang-ke), ma il film di Audiard ha nella denuncia sociale la sua forza. Mettiamola così, è una Palma che servirà nel nostro Paese a ricreare empatia verso il tema dell’immigrazione grazie a una coppia di derelitti per cui non si può che parteggiare. Anche nella recensione, sottolineavo il concetto di cinema “utile”. Se questa Palma accenderà i riflettori sul tema dell’immigrazione al di fuori dalla solita retorica di pancia dell’ “aiutiamoli a casa loro”, allora sarà stata davvero la scelta più giusta possibile.

Piccole schegge dalla cerimonia di premiazione. Il più istrione di tutti: un sorprendente John C. Reilly che s’improvvisa crooner sul palco accompagnato da un’orchestrina. Commovente la Palma alla carriera ad Agnès Varda, autrice anche del discorso di ringraziamento più bello ed emozionante della serata. Inspiegabile la scelta degli attori chiamati a presentare i premi: cosa c’entra con Cannes Michelle Rodriguez (pur bellissima)? Tra i giurati, Ethan Coen è una sfinge che non muove un muscolo del viso, menter Xavier Dolan all’opposto si commuove per ogni cosa: inizialmente può suscitare tenerezza, alla lunga davvero stucchevole.

Un ultimo commento alla débâcle italiana. Abbiamo vinto tante volte negli ultimi anni premi eccessivi senza meritarli appieno, un bagno di umiltà, forse, non può che farci bene. Si spengono i riflettori, appuntamento all’anno prossimo.

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Hou Hsiao-hsien ritira il premio dalle mani di Valeria Golino

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Emmanuelle Bercot, Jacques Audiard e Vincent Lindon

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Michel Franco

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