Home > Recensioni > Cannes 2015 — Carol

Todd Haynes è uno dei più grandi cineasti americani contemporanei, anche e soprattutto per il suo continuo aggiornamento di codici e convenzioni della Hollywood degli anni d’oro, per la sua raffinata e allo stesso tempo militante cinefilia. Il suo percorso d’autore s’arricchisce con “Carol”, dal romanzo “The Price of the Salt” di Patricia Highsmith, in Concorso alla 68ma edizione del Festival di Cannes.

Dopo l’omaggio ai fiammeggianti melodrammi in technicolor di Douglas Sirk “Lontano dal paradiso” (che vi consiglio caldamente di recuperare nel caso non l’aveste visto), sono ancora una volta gli anni Cinquanta a fare da sfondo e insieme da coprotagonisti in questo nuovo lavoro.

Una decade che la cultura pop ci ha erroneamente presentato come “Happy Days”, nascondendo la soffocante cappa di perbenismo e ipocrisia che invece tanti autori statunitensi negli anni hanno disvelato e messo in primo piano. Usufruendo dell’innegabile vantaggio di poter presentare chiaramente tematiche sessuali e sociali che i registi del codice Hays e del moralismo dilagante dovevano nascondere tra le pieghe dei loro racconti, ma perdendo spesso in inventiva e in sottigliezza di tocco. Non è il caso di Todd Haynes, è bene dirlo chiaramente.

Nella New York della prima metà degli anni Cinquanta Therese (Rooney Mara), giovane impiegata di una ditta di grandi magazzini, fa la conoscenza di Carol (Cate Blanchett), donna seducente, di estrazione altoborghese e prigioniera di un matrimonio infelice. Tra le due s’instaura subito una grande amicizia, destinata a trasformarsi in qualcosa di più  profondo e complesso.

Si parlerà molto della scena saffica tra le due bellissime attrici, ma non immaginatevi certo un’opera pruriginosa o scandali progettati a tavolino. La messinscena sontuosa di Haynes non illustra ma ricrea un mondo e un’atmosfera, affida alla forza delle immagini, della fotografia, al CINEMA insomma, il compito di riempire i vuoti, di esplicitare i non detti. Carol e Therese sono donne forti e volitive, che si scontrano quotidianamente con una società che vorrebbe relegarle a ruoli da comprimarie, da moglie e madre da esposizione, o da promessa sposa da cui non si accetta un rifiuto. Fuggono, senza meta, in un viaggio destinato inevitabilmente a concludersi in una Waterloo che sembra richiudere le acque sopra il loro tentativo d’isolarsi da tutto alla ricerca di un briciolo di felicità, di tenerezza, di compassione.

C’è un dettaglio della mano di Carol indecisa se chiudere o meno una telefonata che ci rimanda direttamente alla mano di Meryl Streep sulla portiera dell’auto ne “I ponti di Madison County” di Clint Eastwood (uno dei punti più alti del melodramma degli ultimi cinquant’anni). C’è un incontro ad un tavolo ripetuto due volte, e nella riproposizione noi conosciamo tutto quello che si nasconde dietro quelle facce e quegli sguardi (un po’ come nell’ultimo David Fincher di “Gone Girl”).

C’è tanto cinema, citato, evocato, sognato, persino riproposto (Therese “ruba” insieme ai suoi amici una visione di “Viale del tramonto” di Billy Wilder). Ci sono, soprattutto, due magnifiche attrici dirette con mano sapiente.

Un film senza difetti quindi? No. La magniloquenza delle scenografie e della messa in scena a volte soffoca e comprime le emozioni, tradendo, soprattutto nella prima parte, una certa freddezza nell’approccio alla materia, che rimane incandescente. Ed il finale (importa poco che ricalchi quello del romanzo di riferimento) risulta a mio parere un po’ appiccicato e non diretta conseguenza di quanto visto sullo schermo. Ma correte a vederlo in sala quando uscirà e non ve ne pentirete. Cate Blanchett è già candidata in pectore alla Palma d’Oro, brava da far quasi paura.

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