Home > Recensioni > Cannes 2015 — Dheepan

Il Concorso del Festival di Cannes 2015 si apre anche al tema più “caldo” del momento, l’immigrazione, con “Dheepan” del regista francese Jacques Audiard (autore degli apprezzatissimi “Il profeta” e “Un sapore di ruggine e ossa”).

Quello di cinema utile è un concetto non da tutti condiviso, ma per me fondamentale: a volte l’arte può e deve contribuire a cambiare la percezione del reale, deve intervenire sul pubblico per rifondare percorsi empatici che nel quotidiano tendono ad essere messi da parte.

Il film di Audiard prende una posizione netta, crea il personaggio del titolo caricandogli sulle spalle le fatiche e le sofferenze condivise da migliaia di persone e, dopo la denuncia iniziale, traccia un percorso emotivo e psicologico non banale e non scontato (escluso il finale, che potrebbe essere una speranza più che una realtà).

Dheepan fugge dalla guerra civile dello Sri Lanka e per farlo si associa con una donna e una bambina. I tre si fingono una famiglia e riescono così a scappare e rifugiarsi nella periferia di Parigi. Anche se non parlano francese né hanno contatti. Trovati due lavori molto semplici (guardiano tuttofare e badante) i due scopriranno la vita da periferia, le bande e le regole criminali che vigono nel posto che abitano.

Il film inizia nello Sri Lanka, con un cumulo di cadaveri bruciati. Quando i Salvini di questo mondo si chiedono perché degli uomini e delle donne rischino la vita per affrontare il viaggio verso l’Europa, basterebbe l’incipit di Jacques Audiard per dare una risposta esaustiva.

Appropriatisi dei documenti di attivisti ormai defunti, i tre protagonisti arrivano in Francia chiedendo di ottenere lo status di rifugiati. Una famiglia formata per caso, padre, madre e figlia di nove anni, che deve fingere di esserlo per davvero mentre viene sistemata in una banlieue parigina dove diverse bande criminali si combattono in maniera brutale e spietata, dando adito a qualche calligrafismo che però si rivela funzionale alla veicolazione del messaggio: per i derelitti del mondo, purtroppo, non c’è mai pace.

Nonostante Dheepan sia il personaggio principale, il cuore del film risiede nella sua moglie improvvisata (interpretata da Kalieswari Srinivasan, rivelazione assoluta), vera architrave dalla forza d’animo insospettabile, investita di un compito di moglie e madre che non le compete ma che porta avanti con dedizione e sacrificio.

Tanti i momenti che non si dimenticano: l’incipit con le luci al neon nella notte che si rivelano essere le orecchie di coniglio vendute a pochi euro dagli immigrati, i sogni sbronzi di Dheepan con un gigantesco elefante maculato (a rappresentare la nostalgia per la propria terra lontana), il finale duro e teso, inquadrato da Audiard in maniera nervosa e dinamica, cercando angolature mai banali. Un film da promuovere, da proiettare nelle scuole, nelle parrocchie e in ogni consesso di aggregazione sociale, che sa benissimo cosa vuole mostrare e denunciare. Forse un po’ meno cosa vuole raccontare.

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