Home > Recensioni > Cannes 2015 — Marguerite et Julien

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Le modalità di selezione per il Concorso del Festival di Cannes a volte sono incomprensibili. Oppure, visto “Marguerite et Julien” di Valérie Donzelli soddisfa due categorie, entrando allo stesso tempo in quota rosa e in quota Francia, fin troppo comprensibili. Ma a mettere in competizione un’opera del genere non si fa un favore né al cinema della propria nazione né al sempre troppo esiguo numero delle donne dietro la macchina da presa.

La poco più che quarantenne Valérie Donzelli, alla quarta regia di una carriera ancora in divenire, co-sceneggia insieme al suo compagno di vita (e qui anche attore protagonista) Jérémie Elkaïm una favola per adulti incentrata sul tema tabù per eccellenza, uno degli ultimi di cui persino il cinema fa fatica a liberarsi: l’amore incestuoso tra un fratello e una sorella.

Marguerite (Anaïs Demoustier) e Julien (il succitato Elkaïm),  figlio e figlia di Lord di Tourlaville, si amano di un amore tenero fin dall’infanzia. Ma crescendo, il loro amore si trasforma in una passione fonte di scandalo per la società. Incapaci di resistere ai loro sentimenti, decidono di fuggire.

Marguerite et Julien” è talmente scombinato e di qualità alterna tra una sequenza e l’altra che suscita quasi simpatia. Ottima, ad esempio, la partenza: dopo la scritta “storia vera” che appare sullo schermo, ci troviamo immersi in vera e propria fiaba, narrata da una sorta di istitutrice in un collegio per sole bambine. Ambientazione da secolo dei lumi, luci sovrabbondanti che con tagli netti staccano gli attori dallo sfondo, e che un po’ ricordano i film soft-core anni Ottanta di ambientazione settecentesca di Just Jaeckin, come “Histoire d’O” o “L’amante di Lady Chatterley”, costumi sfarzosi.

L’amore scandaloso tra i due fratelli è presentato come una passione inizialmente romantica e poi pian piano sempre più travolgente, a dispetto delle avversità che si propongono sempre più insormontabili sul loro cammino.

Valérie Donzelli indovina alcune sequenze e ne sbaglia clamorosamente altre (la presa di coscienza dell’amore incestuoso, «Ma tu dei nostri figli sarai sia padre che zio, questo è gravissimo», scatena scroscianti risate involontarie in platea), congela gli attori dando praticamente l’azione in campo, anche in questo caso con effetti alterni e, soprattutto, riempie la sua storia di anacronismi, ma soltanto nella parte finale.

Se si voleva staccare la storia completamente da riferimenti temporali realisti, idea che poteva reggere per raccontare un tabù rimasto tale nei secoli, perché concentrare solo negli ultimi venti minuti la comparsa di automobili, elicotteri e giacche con la zip? Il finale vorrebbe dimostrare che l’incesto fa parte della natura come le rocce, l’acqua, il fuoco. Può essere, ma allora perché non mostrarlo mentre si compie, invece d’inquadrare pudicamente baci e (fintissime) penetrazioni tenendosi a distanza e lasciando vestiti gli attori? Non fosse in Concorso, sarebbe quasi da apprezzare per la follia camp ma, purtroppo per la Donzelli, lo è.

Pro

Contro

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