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  • Cannes 2015 — Mountains May Depart (Shan he gu ren)

    Diretto da Jia Zhang-Ke

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Il grande maestro cinese Jia Zhang-Ke, avversato in patria per le sue note posizioni critiche nei confronti della partitocrazia dominante, piomba sul Concorso del Festival di Cannes 2015 con tutta la forza della sua arte e non fa prigionieri.

La complessità di narrazione e di messa in scena di questo “Mountains May Depart” ha davvero pochi eguali quest’anno, e non inserirlo nel palmarès rappresenterebbe davvero un delitto di lesa maestà.

Storie private inserite in una narrazione stratificata e tripartita che si svolge su diversi piani temporali, recupera un momento chiave della storia cinese nella prima parte (il ritorno di Macao alla Cina coincidente con il Capodanno del 2000) e ipotizza scenari futuri sia realistici che estremamente significanti e cuciti addosso al trio di protagonisti, con due di questi mantenuti costanti e un cambio in corsa.

1999, la Cina è a un passo dal nuovo secolo e da Macao, ultima colonia portoghese in Asia. Mentre il Paese si appresta a ristabilire la propria sovranità, Tao, una giovane donna di Fenyang, non sa decidere a chi appartenere. Viene corteggiata da Zhang, proprietario di una stazione di servizio che si sogna capitalista, e Lianzi, minatore umile che estrae speranze e carbone. Tra una corsa in macchina e un piatto di ravioli al vapore, sceglie Zhang e getta nella disperazione Lianzi, che abbandona casa e città. Quindici anni, un matrimonio e un figlio dopo, Tao è separata e sola, Lianzi ha un cancro e Zhang vive a Pechino con un’altra donna. Cinico e ricco, ha ottenuto l’affidamento del figlio, che ha chiamato come la valuta americana (Dollar) e ha deciso di far crescere in Australia.

Il film è diviso in tre parti, ognuna di queste ha un formato cinematografico differente e una diversa illuminazione fotografica, il titolo arriva alla fine della prima parte, dopo quasi cinquanta minuti di narrazione. Un record? Forse, forse no, importa poco comunque.

La prima è ambientata a cavallo tra il ’99 e il 2000 ed è una sorta di “Dramma della gelosia” di scoliana memoria, molto ironico e (quasi) convenzionale. Nella seconda siamo ai giorni nostri e ci si sposta sul melo’ intimista, la morte di un anziano patriarca è il pretesto per chiudere i conti con le proprie radici e guardare all’Occidente culturale, perché in realtà ci si muove verso Est, verso l’Australia.

Nell’ultima siamo nel futuro, nel 2025, il Nuovissimo Continente è la patria di molti cinesi tra i quali Zhang e il figlio Dollar, entrambi legati alla madrepatria ma in modi molto differenti. Un futuro esplicitato visivamente solo attraverso il design dei device tecnologici che si usano per comunicare, idea semplice e particolarmente azzeccata: da vent’anni a questa parte, se ci pensate bene, cos’altro è cambiato se non questo?

Ci sarebbe ancora moltissimo da dire in un film lieve ma pieno di rime e consonanze interne, che s’installa come un software in un angolo del cervello e prende spazio e memoria con il passare delle ore e dei giorni, caratteristica che accomuna i grandi film che resistono al tempo anche perché ne vengono attraversati. Speriamo nella Palma anche solo perché sarebbe un volano sicuro per l’uscita in sala in Italia, e io vorrei che lo vedeste in tanti: opere come queste sono un regalo, e i regali vanno condivisi il più possibile.

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Contro

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