Home > Recensioni > Cannes 2015 — Sicario

Sarebbe molto meglio avere nei concorsi dei festival internazionali meno piccoli film d’autore e più grandi film di genere. È l’ultima barriera che va abbattuta del tutto, dopo aver sdoganato (finalmente) il film d’animazione e il documentario.

Il franco/canadese Denis Villeneuve porta al Festival di Cannes 2015 il suo “Sicario”, un action movie teso, muscolare, virtuoso nei movimenti di macchina e nella fotografia del maestro Roger Deakins. E poi politicamente non manicheo, posizionato in aree grigie, dove i cattivi lo sono davvero e i buoni non esistono piu’, costretti a compromessi con i meandri piu’ oscuri del loro animo e della loro morale.

Un’imboscata dell’FBI rivela molto più di quanto era previsto: lo spettacolo orripilante di decine di cadaveri nascosti nei muri e con la testa sigillata in sacchetti di plastica. Per allargare la squadra che va a caccia dei mandanti di quel massacro la CIA arruola Kate (Emily Blunt), la giovane agente dell’FBI che ha partecipato all’imboscata rivelatrice, anche se lei è un’esperta di rapimenti mentre la squadra combatte da tempo contro il cartello messicano della droga. A capo della squadra Matt (Josh Brolin) e Alejandro (Benicio del Toro), due uomini diversi ma con un unico obiettivo: non quello di debellare il Male, ma quello di riportare l’ordine, o almeno un suon pallido e stinto simulacro.

Non date retta a chi vi dirà che è un film vecchio, spento, poco innovativo (se ne leggono tante in questi giorni convulsi di multiple visioni). La percezione della frontiera tra Messico e Usa che Villeneuve attraversa sulla strada, nel cielo e sotto terra è una delle più efficaci degli ultimi anni, mirabile nel sottolineare quello che si trova di qua dall’inferno situato di là. Il paesaggio, infatti, è un vero e proprio attore protagonista della pellicola, interagisce, crea ostacoli, ci regala squarci meravigliosi di natura selvaggia mentre dentro e intorno le vite degli uomini hanno perso importanza e senso, pure pedine in un infinito gioco a due senza vinti ne’ vincitori.

E, oltre a tutto questo, c’è anche una storia di vendetta privata e dolente proiettata nell’assunto direttamente dal cinema di Sergio Leone, circumnavigando Tarantino. La protagonista Kate è il nostro occhio spettatoriale, serve a calarci nella baraonda (e, in una scena, a irretire un bieco poliziotto di frontiera). Il Matt di un imbolsito Josh Brolin è il più simpatico e insieme il più sfuggente, anche perché meno approfondito.

Ma quello che vi rimarrà nella testa è il maestoso incedere del “Sicario”, un Benicio del Toro che regala al suo ambiguo ronin senza (più) padrone latinoamericano uno spessore e una statura che rimandano a tutte le figure iconiche del mainstream hollywoodiano, da John Wayne alle derive superomistiche degli anni Ottanta, però spogliati (come già detto) della moralità classica per rifondare una nuova (a)morale tragicamente moderna. Qualche svolta narrativa forzata e ai limiti dell’improbabile non inficia per niente il risultato finale. Gli Usa non sono un Paese per anime belle, oltre che per vecchi, ma per il gangster/action movie rimangono uno scenario cinematograficamente perfetto.

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Contro

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