Home > Recensioni > Cannes 2015 — Son of Saul (Saul Fia)

Arriva subito il primo grosso calibro del Concorso di Cannes 2015, e non fa altro che confermare le attese già altissime.

L’esordiente László Nemes viene catapultato nella competizione principale con la sua opera prima, “Son of Saul” (titolo originale “Saul Fia”), ma le ossa se le era già fatte come aiuto regista in alcune importanti opere europee (su tutte l’immenso “L’uomo di Londra” di Bela Tarr). Quando le capacità da metteur en scène sono così evidenti, quando l’immagine, il quadro compositivo, il sonoro, le qualità precipue, insomma, dell’arte cinematografica hanno una tale potenza, il piano narrativo può tranquillamente passare in secondo piano.

Nemes prende Tarr e i fratelli Dardenne come numi tutelari, per poi distaccarsene e creare una personale rappresentazione artistica dell’inferno dei campi di concentramento nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale.

Siamo ai primi di ottobre del 1944. Saul, ebreo ungherese internato in un campo di concentramento polacco, fa parte del cosiddetto Sonderkommando, un gruppo di prigionieri che si occupa di ammassare e bruciare i corpi delle vittime delle camere a gas, di analizzarne i resti per recuperare gli oggetti di valore e di ripulire le camere stesse dal sangue e dai resti organici dopo la mattanza. In uno dei cadaveri, Saul crede di riconoscere suo figlio: il suo unico scopo, da quel momento, sarà quello di dargli una degna sepoltura, di evitargli il forno crematorio.

Quando si arriva a combattere con le unghie e con i denti non più per la vita, ma per una degna morte, vuol dire che si è gettato più di uno sguardo nel centro dell’inferno. Ed è questa l’incredibile qualità del film di László Nemes: scaraventarci dentro la quotidianità inumana e brutale di un campo di concentramento come solo Primo Levi con il suo libro “Se questo è un uomo” era riuscito a fare prima.

La macchina da presa pedina o precede Saul in lunghi piani sequenza mentre attorno a lui accade l’indicibile, mentre urla strazianti testimoniano le agonie di corpi martoriati che picchiano disperati contro le pareti in un ultimo sussulto prima della fine. Lo schermo in 4:3 contribuisce a comprimere lo spazio filmico, a restringerlo, a soffocarci tra zaffate di fumo mefitico e scariche di mitra.

Il finale struggente, poetico, si presta a più di una interpretazione, e ci sentiremo per sempre osservati dallo sguardo in macchina di Saul mentre le sue labbra si distendono, finalmente, in un sorriso. La sceneggiatura dispiega simbolismi in maniera egregia, ma risulta carente sul piano meramente narrativo. Ci ripetiamo, per questa volta non importa, le terrificanti coreografie sceniche e l’impressionante uso del sonoro bastano a rendere il film un’esperienza da consigliare, se possibile in una sala cinematografica (il film è già stato comprato per la distribuzione italiana). Per la memoria storica, per combattere l’ignoranza e il pressappochismo contemporaneo, per sollecitare un rigurgito di empatia umana soffocata dal cinismo becero del quotidiano, non c’è arma migliore.

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