Home > Recensioni > Cannes 2015 — The Sea of Trees

È possibile istituire una commissione che si occupi di salvaguardare i grandi maestri del cinema contemporaneo dal perdere nome e faccia nel più grande festival del mondo, specie quando vi hanno già trionfato con un film che rimarrà (volenti o nolenti) scolpito nella storia del cinema e del costume quando si trattera’ di analizzare retrospettivamente il primo decennio del Terzo millennio?

Parliamo di Gus Van Sant, di “Elephant”, e del suo nuovo lavoro “The Sea of Trees” che, per una volta, sulla Croisette ha messo tutti d’accordo nelle stroncature, praticamente unanimi. E non è nemmeno il caso, come nel precedente “Promised Land”, di un progetto finito nelle mani del regista di Louisville tardivamente senza la possibilità di porvi appieno il proprio marchio autoriale. Lo script di “The Sea of Trees” è una summa del cinema di Van Sant in negativo, riprende tematiche e strutture già trattate altrove (e sempre molto meglio), è un melodramma senz’anima né cuore per eccesso dell’uno e dell’altra, vera e propria contraddizione in termini.

Nella foresta di Aokigahara, ai piedi del monte Fuji, l’americano Arthur Brennan (Matthew McConaughey) arriva dagli Usa per porre fine alla propria vita, come molte persone fanno in quel vero e proprio “mare di alberi”. Un attimo prima del gesto fatale s’imbatte in un altro uomo (Ken Watanabe), che vaga ferito per quel luogo magnifico e inospitale, e le sue intenzioni cambiano: ora non c’è più una vita da terminare, ma un’altra da salvare.

Non è difficile immaginare cosa abbia attratto Gus Van Sant in questo progetto, la scoperta di un luogo magico e selvaggio come l’immenso bosco giapponese dev’essergli sembrata perfetta per tramutarlo in un luogo di passaggio esistenziale dove due uomini (in realtà uno, ma non diciamo troppo), affrontando le avversità della sopravvivenza nella natura selvaggia, scoprono qualcosa in più di loro stessi e sbucano dall’altra parte pronti a nuova vita. Una variazione sul tema di “Gerry”, insomma, qualcosa da sempre nelle corde del regista.

Ma, questa volta, invece di affidarsi alla visionarietà e all’astrattezza, si è trovato a mettere in scena uno script (basato sul romanzo di Robert James Russell) banale e risaputo nelle metafore nemmeno troppo ardite che vorrebbe dispiegare. I flashback che illustrano il rapporto di Arthur con la moglie (Naomi Watts) sono quanto di più forzato si possa trovare in un film che deve necessariamente fare i conti con una materia che è già un cliché di per se stessa. Ma anche i cliché possono e devono trovare nuova vita cinematografica per essere riproposti (si pensi al lavoro di Cuarón sull’elaborazione del lutto in “Gravity”).

La fusione a freddo tra spiritualità occidentale e orientale è grezza, e nemmeno l’ingenuità e il candore che potrebbero contribuire ad operare una sorta di filtro rispetto alla materia narrata vengono attivati, per colpa di una partecipazione emotiva troppo vicina al compiacimento stucchevole, e troppo distante dalla rappresentazione artistica. La scena clou, poi, la causa prima di tutto quanto vediamo sullo schermo, è così narrativamente squilibrata e poco credibile da rovinare ancora di più la catarsi finale, a cui si arriva comunque senza alcun interesse per il destino di quest’uomo davvero (troppo) qualunque. Dimentichiamolo tutti, al più presto.

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