Home > Recensioni > Cannes 2015 — Valley of Love

Si può rovinare un film interessante, anche se non travolgente, con uno dei finali più ridicoli e improbabili degli ultimi anni? Sì che si può, e quella dei finali non all’altezza è davvero una costante di questo Festival di Cannes 2015, problema presente in più di un film del Concorso ufficiale.

Valley of Love” di Guillaume Nicloux parte da un’idea visiva e interpretativa azzeccatissima: prendere Isabelle Huppert e Gerard Depardieu, fargli interpretare, in pratica, se stessi, e disperderli della Death Valley californiana in cerca di fantasmi personali, familiari, affettivi.

Un road-movie dall’andamento lento, come il corpo del suo attore protagonista in un piano sequenza che ne segue passo passo l’ingombrante mole, contrapposto alla sinuosa leggerezza del corpo della Huppert. Dialoghi brillanti che mescolano vita reale e finzione cinematografica, con alcuni scambi davvero taglienti. Ma poi …

Isabelle e Gerard sono stati sposati e hanno avuto un figlio, Michael. Non si sono più visti per anni ma ora è una situazione estremamente particolare a riunirli. Hanno infatti entrambi ricevuto una lettera di Michael che annuncia loro di aver deciso di suicidarsi precisando la data. Chiede loro però di recarsi nella Valle della Morte negli Stati Uniti in una precisa settimana sei mesi dopo la sua morte. Dovranno seguire l’itinerario che lui indica e così avranno la possibilità di farlo tornare, anche se solo per breve tempo, in vita. I due decidono di dare seguito a questo ultimo desiderio.

“Valley of Love” si muove su coordinate fisiche e spaziali per la maggior parte della sua, pur breve, durata. Visivamente riuscito l’accostamento delle manone di Gerard Depardieu al viso smunto ed efebico di Isabelle Huppert, due corpi che insieme riempiono completamente lo schermo.

Depardieu, in quest’ultima fase della sua carriera, indossa orgogliosamente la propria nudità come un costume di scena, la esibisce, tenta di coprire la proprie rotondità il meno possibile. Isabelle Huppert lavora invece in sottrazione, entriamo nel film insieme a lei e, abituati alla sua figura di donna forte ed autoritaria, non le crediamo nemmeno per un minuto quando, disperata, fa scorrere della lacrime sul suo volto.

Se il film si fosse concentrato semplicemente sui loro battibecchi, saremmo qui a parlare di un’operazione sicuramente non indimenticabile ma riuscita. Negli ultimi venti minuti, però, Nicloux tira le fila innestando il soprannaturale nel suo racconto, e chiedendo ai suoi protagonisti di urlare spaventati nel bel mezzo di un canyon: cinque minuti che sarebbero capaci di rovinare intere carriere. Il film non è da bocciare in toto, alcuni momenti esilaranti e ben scritti si fanno ricordare, ma che peccato…

Pro

Contro

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