Home > Recensioni > Cannes 2016 — American Honey

Folle innamoramento, per questo film, per i suoi ritmi, per i suoi (non) personaggi, per uno stile registico attento a trovare l’inquadratura sul campo più che a programmarla; scroscianti applausi per Andrea Arnold e il suo “American Honey”, accolto con freddezza assoluta dalla stampa internazionale ma primo vero colpo di fulmine del Concorso di Cannes 2016. La cineasta britannica s’immerge per mesi e mesi nell’America più profonda, tra Texas, Kansas e Oklahoma, insieme a ragazzi non professionisti scelti attentamente, gira episodi, improvvisa con la macchina da presa e riesce miracolosamente a comporre un quadro solido e ricco di suggestioni, una rappresentazione a 360 gradi di un Paese che lei per prima cerca di comprendere più a fondo, senza preconcetti e senza pudori. Un film lungo, inevitabilmente altalenante, infarcito di brutta musica diegetica (il rap ma soprattutto il pop da classifica che impera tra i pre e post adolescenti del nuovo millennio) ed elegiache “ballads” quando invece a scegliere è l’istanza narrante.

Star (Sasha Lane), è una ragazza in fuga da una famiglia disastrata. Scappa con una banda di giovani che insegue il sogno americano, vendendo porta a porta abbonamenti a riviste di giorno, e partecipando a feste che durano tutta la notte. La storia è raccontata attraverso gli occhi del personaggio di Star, una nuova recluta del gruppo che cade in una relazione con uno dei suoi leader, Jake (Shia LaBeouf). Lei si adatta ben presto allo stile di vita del gruppo tra notti di party scatenati e giorni di lavoro, correndo dietro ad sentimento, forse, irraggiungibile.

La macchina da presa è attaccata a Star per l’intera durata, la studia, la scruta, la accompagna attraverso un percorso a tappe, un’odissea vissuta con incoscienza mista a candore, che è il vero tratto comune di questa banda di nuovi Wild Angels senza nessuna aura romanticamente meledetta, che declina il “no future” del punk depurandolo da ogni residuo di idealismo, con assoluta dedizione alla sopravvivenza, più che all’esistenza, un giorno dopo l’altro. Intorno a loro, la natura osserva placida e disinteressata, con echi malickiani e momenti di pura poesia. Quando il film sembra diventare un “road movie” di coppia, riecheggiando quella “New Hollywood” mai così distante dal mondo e dal cinema della contemporaneità, subito si ritorna in gruppo, ad officiare riti tribali, suprematisti, ancestrali.

Questo gruppo di sbandati è organizzato come in un call center di una qualsiasi delle nostre periferie, un caporalato che agita il mito della libertà per soggiogare i suoi dipendenti con un meccanismo che svela la prostituzione umana ed emotiva che scorre spesso sotterranea in questa neo fabbrica del nulla, in questa nuova organizzazione del (non) lavoro, che vuole solo far soldi senza donare nessun bene o servizio in cambio alla società in cui si trova ad agire. Cosa vendono porta a porta questi ragazzi? GIORNALI, riviste cartacee, simulacri d’informazione e cultura che oggi costano poco, possono essere svenduti e spacciati per qualcos’altro, per filantropia, per beneficenza.

Troppi viaggi in furgone con troppe canzoni orripilanti ma, per dare un ritmo al tutto, per estrarre con lo scalpello dalla marmorea massa informe delle centinaia di ore di girato tutto il possibile, ci si può prendere anche questa reiterazione e farla propria, tanto la Arnold, quando sente che un punto fermo va inserito, ha sempre il Boss Springsteen pronto alla bisogna. “La conosco”, afferma Star. Perchè ormai il rock, il folk, il blues, la cultura fondante del Paese sono archeologia, memoria condivisa, momento per versare lacrime nostalgiche prima di tornare a sculettare a ritmo di pop da classifica. Passi di danza standardizzati, uniformati, calati dall’alto, acriticamente ripetuti. La borghesia bianca, cattolica e benestante, gli estrattori di petrolio, gli abitanti delle fatiscenti “slums”, tutti uniti per fondare un nuovo concetto di “Amerikana”. Star vince la paura dell’acqua, s’immerge ed esce fuori, forse darà una svolta alla sua vita, forse no, ma ormai non ha (più) nessuna importanza. Cinema importantissimo.

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