Home > Recensioni > Cannes 2016 — Bacalaureat

Già insignito della Palma d’Oro qualche anno fa con lo splendido “4 mesi, 3 settimane e 2 giorni”, torna in Concorso a Cannes anche in questo 2016 Cristian Mungiu con “Bacalaureat”. E la Romania, con il secondo film della Selezione, conferma la bontà delle scelte: in Europa, oggi, è davvero tra le nazioni di punta, patria di un pugno di autori capaci di sezionare il reale attraverso il prisma della rappresentazione artistica, di comprimere in piccole (all’apparenza) storie familiari tutti i disagi, i conflitti, le speranze e le macerie di una nazione devastata prima dalla dittatura e successivamente dal suo disfacimento, sociale ed economico.

Romeo Aldea (Adrain Titieni) è medico d’ospedale in una cittadina della Romania. Per sua figlia Eliza (Maria Victoria Dragus), che adora, farebbe qualsiasi cosa. Per lei, per non ferirla, lui e la moglie sono rimasti insieme per anni, senza quasi parlarsi. Ora Eliza è a un passo dal diploma e dallo spiccare il volo verso un’università inglese. È un’alunna modello, dovrebbe passare gli esami senza problemi e ottenere la media che le serve, ma, la mattina prima degli scritti, viene aggredita brutalmente nei pressi della scuola e rimane profondamente scossa. Perché non perda l’opportunità della vita, Romeo rimette in discussione i suoi principi e tutto quello che ha insegnato alla figlia, e domanda una raccomandazione, offrendo a sua volta un favore professionale.

Il fuori campo è pericoloso. Il fuori campo è un assaltatore senza identità, un angelo ammonitore che avverte quando la strada che si sta per intraprendere non è quella giusta. C’è un mistero nella vita del dottor Romeo, un mistero sepolto e nascosto, impossibile da dimenticare. Poi c’è la vita quotidiana: un rapporto coniugale deteriorato, un’amante che reclama il suo spazio, una figlia da mandare via, in un posto migliore, fuori dal nido. Il film Di Mungiu colpisce duro e scava profondo, menttendo in scena una (a)morale quotidiana nella quale noi italiani non possiamo che rispecchiarci. Gli amici, i favori, i compromessi, le piccole e grandi codardie, l’importanza di mantenere le apparenze: “Siamo qui e uso le armi di qui” è il mantra pronunciato per autoconvincimento e insieme autoassoluzione.

Una sceneggiatura quasi perfetta (da premio, come l’attore protagonista), una regia attenta al dettaglio e insieme dedita alla ricerca del quadro compositivo significante, innocenza, speranza e disillusione perennemente intrecciati perfino all’interno dello stesso dialogo. Il dottor Aldea, dopo il 1991, è tornato a casa. Non rinnega la scelta, ma non vuole più che sua figlia viva nel suo Paese. Per ottenere questo, è disposto a tutto. Speriamo fortemente in una distribuzione in sala, cinema del presente che ammaestra ed educa senza didascalismi, solo con la pura forza dei personaggi e delle immagini.

 

 

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