Home > Recensioni > Cannes 2016 — Elle

Colpo di coda della selezione del Concorso di Cannes 2016, Elle” di Paul Verhoeven ha ricevuto consensi pressochè unanimi, che noi ci sentiamo di confermare solo parzialmente. Un film dai toni mutevoli e mutanti, come molto cinema del regista di blockbuster come “Robocop”, “Atto di forza” e “Basic Instinct”, ma anche, agli inizi della carriera prima dello sbarco a Hollywood, di raffinate trasposizioni letterarie come “Il quarto uomo”. Ed è proprio da un romanzo, “Oh” di Philippe Djian, che è tratto quest’ultimo lavoro, che riporta Verhoeven proprio dalle parti del suo massimo successo al botteghino (quel “Basic Instinct” citato, parodiato, anche sbeffeggiato in ogni dove) ma inocula forti dosi di umorismo laddove la bollente liaison tra Michael Douglas e Sharon Stone manteneva una seriosità “maledetta” che ha ormai perso ogni forza eversiva, posto mai l’avesse avuta. Tutto ruota attorno a “elle”, Isabelle Huppert, una delle poche attrici al mondo a poter interpretare credibilmente una donna così forte, brillante, emancipata, dalla sessualità “complicata”, senza temere mai scene di nudo, masochismi, lampi di crudeltà e di beffarda ironia, giocando un po’ sulla sua condizione di star e sui suoi ruoli precenti, ma calandosi perfettamente in un ruolo che, semplicemente, È il film.

Michelle, l’amministratore delegato di una società di software di videogiochi, viene aggredita, in casa sua, da uno sconosciuto ma non permette a questo evento di ribaltare la sua vita ordinata. Continua così a gestire con freddezza e razionalità le crisi della madre settantacinquenne, di suo padre, in carcere per omicidio, del figlio viziato e immaturo, dell’ex marito e dell’amante. Nel frattempo il suo assalitore dimostra di non aver concluso l’aggressione nei suoi confronti. Michelle comincia a seguirlo a sua volta e quello che emerge tra Michelle e il suo molestatore è una sorta di gioco, un gioco che ben presto andrà fuori controllo.

La messa in scena di Verhoeven è raffinata ed elegante, una regia “invisibile” e classica completamente al servizio della storia, dei personaggi, dei colpi di scena, in sostanza una delle migliori del Festival. L’intreccio “mistery” è una falsa pista, e la prevedibilità di tutte le svolte della mezz’ora finale non deve farvi deviare dalla rotta impostata: il film si svolge nella testa della Huppert (non letteralmente, ma guardando capirete), tutto quanto le succede è conseguenza delle sue scelte coraggiose, anticonformiste, quelle sì inaspettate. Quattro uomini che le ruotano vorticosamente intorno (ex marito, figlio, amante, vicino di casa), la rivalità che la contrappone alle speculari quattro donne con le quali ingaggia epiche battaglie verbali (madre, nuora, migliore amica, moglie dell’amante), in una narrazione frammentata e dinamica, che v’intratterrà senza pause e senza tregua. Cos’è che non ci convince del tutto, allora?

La complessità della psicologia di Michelle è meno conflittuale e contrastata di quello che potrebbe apparire, alcune svolte paiono servire soltanto a mantenere una velocità da acceleratore a tavoletta e appaiono più che forzate, il nodo risolutivo e liberatorio proietta il conflitto in una immagine da caso di psicologia da manuale. L’ultima inquadratura però, femminista e funerea al contempo, riscatta parzialmente quanto appena rilevato. Potreste amarlo, potreste trovarlo troppo cerebrale e programmato, sicuramente non vi lascerà indifferenti.

 

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Contro

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