Home > Recensioni > Cannes 2016 — Fai bei sogni

Dobbiamo confessare le perplessità iniziali che avevamo nei confronti dell’operazione, l’adattamento del romanzo autobiografico del giornalista Massimo Gramellini da parte di Marco Bellocchio, che sulla carta non sembrava essere nelle sue corde di cineasta politico, filosofico, psicologico, agnostico, non per forza in quest’ordine. E invece “Fai bei sogni” è una gradita sorpresa, il maestro di Bobbio riesce a far sua la tragica storia personale del giornalista torinese, riuscendo ad innestare in un fluviale racconto che attraversa trent’anni di storia del nostro Paese tutte le sue ossessioni, i suoi vezzi, le sue idiosincrasie. Era uno dei papabili per il Concorso ufficiale, gli è toccato invece aprire la parallela “Quinzaine des Réalisateurs”, ma la lunghissima standing ovation tributatagli al termine della proiezione da pubblico e addetti ai lavori avrà sicuramente rappresentato una valida consolazione. Pubblico francese in visibilio, critica d’Oltralpe un po’ meno, solo il tempo ci dirà da quale parte sta la ragione.

A nove anni Massimo perde la mamma per un infarto improvviso, o almeno così gli dicono i parenti, riluttanti a renderlo partecipe della morte della donna. Dopo un’infanzia solitaria e un’adolescenza difficile, Massimo diventa un giornalista affermato ma continua a convivere con il ricordo lacerante della madre scomparsa, e con un senso di insoddisfazione per la sua improvvisa dipartita. Solo alla fine scoprirà come sono andate esattamente le cose, e troverà il modo di risalire alla luce.

È Valerio Mastandrea ad interpretare il Massimo adulto, e l’attore romano aggiunge un altro ruolo intenso alla sua già pregevole filmografia, risultando credibilissimo nei panni di un torinese Doc. Il film corre avanti e indietro nel tempo, e Bellocchio usa le ellissi temporali per mostrarci squarci significativi di storia italiana, con il “trait d’union” più scontato, ma anche inevitabile, lo schermo televisivo. E allora vediamo scorrere le immagini di Canzonissima, della serie televisiva “Belfagor” (vero e proprio incubo per tutti i ragazzi degli anni ’60, patrimonio comune di cultura pop), dei Tg che inneggiano a “Mani Pulite” e a Di Pietro, mentre la bellissima fotografia di Daniele Ciprì ci permette di saltare da un decennio all’altro senza mai venire disorientati.

Tante cose funzionano, a partire dal cast, d’eccezione anche per i personaggi di contorno: Fabrizio Gifuni è un cinico imprenditore travolto dallo scandalo, Guido Caprino un padre che stenta ad esternare l’amore e il dolore, Bérénice Bejo (presente soprattutto per onorare la coproduzione con la Francia) la compagna di vita che (forse) tutti vorremmo avere.

La passione calcistica è portata in scena con due toccanti sequenze di tifo e memoria storica, il sacerdote di Roberto Herlitzka è semplicemente disarmante nel suo disincanto, il “dietro le quinte” del mondo della carta stampata e dei reporter di guerra è mostrato senza pudore, senza retorica, con una percepibile nostalgia per la centralità della carta stampata, per i ritagli di giornale, per i titoli a nove colonne che servivano a scandire il passaggio del tempo.

Certo, non tutto funziona: alcuni segmenti non arricchiscono il discorso ma lo complicano inutilmente, la parte centrale è alla continua ricerca di una sobrietà narrativa che parimenti si tiene ben a distanza dall’emozione, gli attori in ruoli di contorno recitano DAVVERO malissimo. Ma lo straziante finale contribuisce a tirare le fila in maniera egregia, esplicitando un colpo di scena anticipabile senza alcun problema dallo spettatore smaliziato (o dal lettore del libro, un vero e proprio bestseller). Non si può che chiudere con lei, la Madre, una bravissima Barbara Ronchi, dolce, allegra, amorevole, ma con un grande segreto che le appesantisce il cuore.

Bellocchio torna a picchiare duro sulla retorica della famiglia, costringe personaggi e spettatori e prendersi e a riflettere sulle proprie responsabilità di genitori, di figli e di semplici esseri umani, e ci regala un film imperfetto, diseguale, ma estremamente appassionato, che all’uscita in sala conquisterà molti di voi. Bentornato Maestro, ci eri mancato tanto.

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