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  • Cannes 2016 — Julieta

    Diretto da Pedro Almodóvar

    Data di uscita: 26-05-2016

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Pedro Almodóvar e il melodramma, un rapporto stabile e istituzionalizzato, che si arricchisce di un nuovo capitolo con “Julieta”, in Concorso a Cannes 2016. Alla quinta partecipazione, dopo la vittoria per la miglior sceneggiatura nel 2006 con “Volver” e quella per la miglior regia nel 1999 con “Tutto su mia madre”, Pedro si muove in territori noti, che maneggia alla perfezione, intenso come a volte solo lui sa essere ma anche eccessivo, innamorato della circonvoluzione drammatica (e qui un paio di svolte potrebbero essere tolte di peso dall’assunto senza che il film perda nulla in forza e incisività). Il pubblico fedele  accorrerà comunque, e troverà esattamente quello che si aspetta: dopo un paio di episodi meno riusciti, Almodóvar crea un personaggio femminile da ricordare, l’ennesimo, investito di una “gravitas” esistenziale che trascende il quotidiano, che flirta con la soap opera, che è affidato a due attrici diverse, indovinate, credibili.

Julieta ha deciso di lasciare la Spagna per il Portogallo, dove si trasferisce l’uomo che ama. Sgombra la casa e ingombra i cartoni di cose e ricordi, tracce forti di un passato che riemerge implacabile. L’incontro casuale con Beatriz, amica d’infanzia di sua figlia, la convince a restare a Madrid. Quella riunione è un segno, quello che aspetta da tredici anni, il tempo che la separa da Antía. Figliola prodiga partita per sempre, Antía ha fatto perdere ogni traccia di sé a quella madre senza colpa che incolpa. Julieta attende come Penelope appesa a un filo e a un diario che svolge la sua storia. Poi il destino le consegna una lettera …

Emma SuarezAdriana Ugarte, due attrici per un solo personaggio. Passaggi temporali evidenziati dai tagli di capelli, dal cambio degli sgargianti colori del guardaroba di Julieta, dalla contrapposizione tra un presente dai colori spenti e un passato dalle accese tonalità pop (come il cinema di Almodóvar degli anni Ottanta), artifici magari semplici ma funzionali e intrisi di classicismo cinematografico. Tante tematiche etiche ed esistenziali: la mutazione del ruolo della donna nella società, l’inevitabilità del senso di colpa, la rinuncia al consueto in nome del rischio e dell’ignoto.

Rossy De Palma, nel ruolo di una governante di mezza età, afferma che “l’unico compito di una donna è quello di tenere unita la famiglia”, ed è il maggior rovello della giovane Julieta questo monito proveniente da una concezione ormai “altra” della realizzazione femminile. Ribellarsi ad un tradimento, educare laicamente la propria figlia, comportamenti inappuntabili che danno però la stura al dramma, all’abbandono, alla straziante solitudine.

Pedro semina simbolismi (la statua priva di fallo, il cervo che corre nella neve), ci comunica con un movimento di macchina la sua passione per “Un gelido inverno” di Debra Granik (siamo d’accordo con lui), risolve progressivamnete gli snodi con lunghi dialoghi riassuntivi e una lettera, probabilmente in maniera troppo semplicistica. Puro Almodóvar, prendere o lasciare.

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Contro

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