Home > Recensioni > Cannes 2016 — Juste la fin du monde

Per quelli di voi che non lo conoscono, bisogna spendere due parole per spiegare chi è Xavier Dolan, “enfant prodige” del cinema mondiale, prodigioso talento che, a soli 27 anni, ha già all’attivo sei film (con questo) e un settimo già in arrivo che segnerà l’importante sbarco ad Hollywood. Ma, se non lo conoscete, non è colpa vostra: da noi in sala è arrivato soltanto il precedente “Mommy”, Premio della Giuria due anni fa qui a Cannes, fluviale esercizio di stile con cuore e anima, con quel cambio di formato sulle note di “Wonderwall” spesso al centro di accesissime dispute cinefile ad ogni latitudine. Tanta attesa, tutti pronti a consegnargli la Palma in pectore, sulla fiducia. E invece …

Basato sull’omonimo spettacolo teatrale di Jean-Luc Lagarce, in cui lo scrittore torna nella sua città natale per annunciare la sua imminente morte alla famiglia. Mentre il risentimento riscrive il corso del pomeriggio, tutti i tentativi di empatia vengono sabotati dall’incapacità della gente di ascoltare e amare.

Un cast stellare e tutto francese (Vincent Cassel, Marion Cotillard, Léa Seydoux, Nathalie Baye, Gaspard Ulliel, in ordine di fama decrescente) per un piccolo dramma da camera, lontano dai barocchismi delle opere precedenti ma trattenuto nella forma, con uno stile semplice e insieme ricercato adattissimo alla materia trattata. Ma il problema principale è la pièce dal quale è tratto, o il suo adattamento, ammettiamo di non conoscere il testo originale.

I primi minuti sono folgoranti, il ritorno di Louis in casa e il suo rinnovato contatto con il nucleo familiare è affidato a primi piani significanti, che scolpiscono caratteri e umori con un’angolazione di ripresa, come solo i grandi cineasti riescono a fare. In tutta la prima parte c’è solo un campo medio, Ulliel e la Cotillard su un divano, a ricordarci ancora una volta che il cinema è soprattutto il linguaggio delle immagini. Segue un ricordo, più che un flashback, sprazzi di passato felice, giochi d’infanzia, tutto ritmicamente sottolineato da quella “Dragostea Din Tei” tormentone estivo di qualche anno fa: ecco un’altra abilità puramente dolaniana, l’uso di canzoncine brutte inserite a commento di immagini trascinanti e, ancora una volta, le immagini da lui create vincono, anzi trionfano (nel precedente ci si commuoveva con Bocelli, IO mi sono commosso con Bocelli, ancora non ci credo). Poi … basta.

L’overdose di parole per rappresentare l’assoluta incomunicabilità, l’assenza di empatia, il rinchiudersi di ogni essere umano nelle proprie idiosincrasie, in sostanza la totale incapacità di ascoltare. Il tutto espresso con un pugno di scene verbose, ridondanti, addirittura “mucciniane” in alcuni passaggi (Cassel in totale overacting), che disperdono presto la totale meraviglia con cui Dolan, ancora una volta, ci aveva avviluppato immediatamente, come uno scafato incantatore. Il finale ritorna intenso e poetico (anche perchè, finalmente, non parla più nessuno). Se siete tra i pochi ad aver visto “Tom à la ferme”, siamo esattamente da quelle parti. Ma i risultati, purtroppo, sono ben diversi. Un film ingannevole, illusorio, che seduce e poi abbandona per poi, quando le speranze appaiono ormai perse irrimediabilmente, tornare a strizzarci l’occhio. Doveva succedere anche a Dolan di fallire parzialmente, ma l’insufficienza non può essere grave, perchè abbiamo ancora negli occhi quella prima, folgorante mezz’ora.

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Contro

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