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  • Cannes 2016 — La fille inconnue

    Diretto da Luc Dardenne, Jean-Pierre Dardenne

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È sempre un rischio prendere in Concorso a scatola chiusa (come probabilmente è accaduto questa volta) tutti i film della produzione di un autore. Perchè, inevitabilmente, l’episodio “minore” o solo meno riuscito è sempre dietro l’angolo. A parziale giustificazione dei selezionatori di Cannes, va sottolineato che i fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne sono i titolari di una filmografia solida e coerente, stilisticamente e tematicamente, con una qualità media sempre molto  alta. Non che con “La fille inconnue” abbiano completamente mancato il bersaglio ma, forse per la prima volta in maniera evidente, si avverte la programmaticità della sceneggiatura, il muoversi in territori talmente conosciuti da non permettere mai a storia e personaggi di sorprendere, di commuovere, di emozionare davvero. Due anni fa il loro “Due giorni, una notte” era uno dei film più belli del Concorso, con una Cotillard ingiustamente ignorata dalla giuria e un ascolto notturno di “Gloria” dei Them che ancora ci mette i brividi a ripensarci. Qui la musica è completamente assente. Come, forse, l’urgenza espressiva.

Jenny Davin (Adele Haenel) è una giovane dottoressa molto stimata al punto che un importante ospedale ha deciso di offrirle un incarico di rilievo. Intanto conduce il suo ambulatorio di medico condotto dove va a fare pratica Julien (Thomas Doret), uno studente in medicina. Una sera, un’ora dopo la chiusura, qualcuno suona al campanello e, sostenuta in ciò dallo studente, Jenny decide di non aprire. Il giorno dopo la polizia chiede di vedere la registrazione del video di sorveglianza dello studio perché una giovane donna è stata trovata morta nelle vicinanze. Si tratta di colei a cui Jenny non ha aperto la porta. Sul corpo non sono stati trovati documenti.

I Dardenne sperimentano per la prima volta la “detection”, con l’implacabile e coraggiosa Jenny che non si fa intimidire da minacce e inviti a soprassedere, ma porta fino in fondo la sua ricerca. Ed emerge, appunto, l’impossibilità di comprendere meccanismi oliati e standardizzati dalla storia del cinema tutto nei meccanismi oliati (e solo qui standardizzati) del cinema dardenniano. Qualche passaggio di script forzato, la strada che porta verso il finale irta di ostacoli che improvvisamente si spostano dal percorso, il centro emotivo e simbolico del film non così chiaro e diretto.

Poi però bisogna anche elencare quello che funziona: il personaggio di Jenny è ben scritto (forse non altrettanto ben interpretato), una giovane ragazza dalla moralità incrollabile, che persegue i due obiettivi con cui si trova a fare i conti con la forza della normalità, con il senso del dovere di una professione che, come e più delle altre, necessita di dedizione totale e assoluta (quello che non ha il suo stagista Julien). Impassibile davanti alle minacce, alle urla, probabilmente troppo. L’ambulatorio come finestra sul mondo è un espediente funzionale, la possibilità di mettere in scena piccoli sprazzi di umanità, di comporre un quadro sociale composito e variegato.

Il film non colpisce al cuore, non commuove: se doveva essere nelle intenzioni una denuncia della condizione degli ultimi ed emarginati, non ha forza e passione a sufficienza; se doveva essere un giallo “sociale”, non padroneggia per niente la progressione narrativa; se doveva essere, e probabilmente è questa la verità, la storia semplice di una ragazza, noi non entriamo praticamente mai in empatia con la protagonista, la ammiriamo ma non tredipidiamo mai per la sua sorte. E, con un personaggio in scena dall’inizio alla fine della proiezione, è davvero un problema gigantesco.

 

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