Home > Recensioni > Cannes 2016 – Loving

Forse avevamo sopravvalutato Jeff Nichols, il giovane regista statunitense (è nato nel 1978) che aveva dato prova del suo talento con un pugno di buoni film e uno bellissimo, “Take Shelter”. Con “Loving”, in Concorso a Cannes 2016, Nichols sceglie di provare la carta del melodrammone per tutti i palati, del film papabile per la prossima corsa agli Oscar, insomma di normalizzare un talento che ci sembrava potesse prendere tutt’altra strada. Sceglie d’ispirarsi ad un celebre fatto di cronaca, lo asciuga completamente da qualsiasi retorica da film “impegnato” hollywoodiano, e ottiene un prodotto meno appetibile non solo di “Selma”, ma anche del meno riuscito “The Butler”. In più dev’essere stato attratto da una cosa in particolare: il cognome della coppia protagonisa. Giocando sul titolo, si ottiene facilmente il doppio scopo, quello di sottolineare che si parla di una coppia, e che l’amore è il tema unico e solo dell’opera. Anche perchè il contesto temporale, politico e sociale rimane solo uno sfondo poco sfruttato, e quel poco anche (molto) male.

Nel 1958, Richard e Mildred Loving (Joel Edgerton e Ruth Negga), una coppia interrazziale, vengono arrestati e condannati ad un anno di detenzione, rei di esseri sposati. Esiliati, la coppia lotta per oltre nove anni con una causa contro lo stato segregazionista della Virginia per far invalidare tutte le leggi anti-coppie interrazziali stabilite dallo stato.

Nichols è così impegnato a raccontare una storia piccola e intima, che butta via ogni climax, continuamente, imbastendo due ore di sguardi, frustrazione, rabbia repressa, senza una scena madre, senza un momento in cui questi sentimenti così profondi e intensi trovino una rappresentazione degna con il linguaggio che compete al cinema, quello delle immagini.

C’è una madre che probabilmente denuncia alle autorità il proprio figlio, un figlio che con lei ha un rapporto sfuggente e imperscrutabile: niente, tutto rimane lì, confinato nel non detto. C’è un’altra scena in cui uno dei figli della coppia atraversa incautamente la strada e finisce investito da una macchina, scatterà la tragedia? No, nella scena dopo scopriamo che si è fatto solo un graffio, e che questo è un motivo sufficiente per voler abbandonare la progressista Washington per tornare nelle campagne della Virginia segregazionista (???). Potremmo andare avanti ma ci fermiamo qui. Sembra una tragedia, ma è solo un graffio: sarebbe un perfetto sottotitolo per descrivere il nulla assoluto a cui assistiamo interdetti. Edgerton ha un ruolo difficile, un orso incapace di esprimersi, e limitiuamoci a dire che la scelta di casting è sicuramente indovinata.

Proprio niente da salvare, quindi? No, Ruth Negga è davvero brava nel delineare con pochi tocchi una donna inconsapevole del suo coraggio, il prefinale è la sequenza migliore del film e avrebbe dovuto chiuderlo (i coniugi entrano in camera da letto e chiudono la porta lasciandoci al di fuori, mentre ascoltiamo le parole della sentenza della Corte Suprema), qualche battuta indovinata c’è (all’avvocato che gli chiede cosa deve dire in sua vece alla Corte Suprema, Edgerton risponde “Gli dica solo che amo mia moglie”). In sostanza un film che piacerà molto, che anche qui è piaciuto molto, ma che affronta un tema scottante senza affrontarlo, ci mostra una coppia che si ama e sforna figli a ripetizione senza mai mostrarci alcun tipo di effusione, che nella seconda parte diventa un film processuale in cui non vediamo mai il processo, con la coppia di avvocati più insipidi della storia. Dobbiamo fidarci di Nichols, questi due si amano tantissimo, ma non se (e non ce) lo sanno dire. Velo pietoso.

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