Home > Recensioni > Cannes 2016 — Ma Loute

Di certo c’è una dote che non manca ai film francesi selezionati per il Concorso di Cannes 2016, il coraggio. Che però a volte può scadere nell’inconscienza e nella provocazione un po’ fine a se stessa, come nel caso di “Ma Loute“, l’ultima fatica cinematografica di Bruno Dumont. Cineasta divisivo come pochi altri, amato o odiato, che, dopo il fluviale e magnifico “P’tit Quinquin”, torna ancora una volta a scrivere una sceneggiatura infarcita di umorismo grottesco e critica sociale, facendo confliggere violentemente mondi assai distanti concettualmente e culturalmente, ma con tare genetiche insospettabilmente contigue, chiedendo ai suoi attori una recitazione parossistica, esagerata, perennemente sopra le righe. Il cocktail funziona? A tratti sì, e ci si diverte anche tanto, ma alla lunga il tutto stanca e, per una buona metà dell’opera, annoia.

Estate 1910, Baia de La Slack nel Nord della Francia. Delle sparizioni misteriose di persone spingono l’ispettore Machin (Didier Depres) e il suo assistente (Cyril Rigaux) a recarsi sul luogo per cercare di indagare. In zona vive la famiglia Brufort a cui appartiene Ma Loute (Brandon Lavieville), un giovane che lavora come raccoglitore di cozze e, insieme al padre, come trasportatore a braccia di borghesi che vogliono raggiungere la riva opposta di una piccola laguna. Proprio da borghesi è formata la famiglia dei Van Peteghem (Juliette Binoche, Fabriche Luchini, Valeria Bruni Tedeschi, Jean-Luc Vincent) che raggiunge la villa di famiglia in stile egizio situata su un’altura prospiciente il mare.

Ci sono tutti gli elementi “giusti”, è la loro combinazione che stenta a decollare, come invece fanno tutti i personaggi principali nella delirante mezz’ora finale, che risolleva le sorti di un film che nella parte centrale si arena in una secca di ripetitività ed eccessi che non possono non minarne il giudizio finale. Una famiglia di pescatori che, per arrotondare, trasporta a braccia i ricchi Van Petegem da una sponda all’altra di un acquitrino, cannibalismo, botte da orbi, cugini/fratelli uniti in matrimoni che generano demenza e malformazione, difetti di pronuncia, urla belluine, nobili che mangiano osservando da una tribunetta il lavoro quotidiano, Stanlio e Ollio, il sogno di Fellini e tanto altro: se non riesco a incuriosirvi con questo (parziale) elenco di accadimenti che si affastellano durante le due ore abbondanti di proiezione non ci riuscirò mai più.

L’intento, come già anticipato, è nobile: Romeo e Giulietta questa volta si separano per impedimenti insormontabili, amor NON vincit omnia, l’odio di classe non è sanabile in alcun modo. Ma Loute è un ragazzo gonfio di rabbia (nemmeno poi tanto) repressa, ma è la ricca Billie a sedersi sulla sabbia davanti ad una bandiera rossa che garrisce nel vento, mentre le note iniziali dell’Internazionale suggeriscono per poi dileguarsi.

Due attori magnifici come la Binoche e Luchini prima divertono, poi sconcertano, alla lunga stancano, mentre la nostra Bruni Tedeschi è meno sintonizzata con il delirante “mood” del film, e infatti Dumont la toglie progressivamente dal centro della scena. In conclusione, non si può regalare la sufficienza ad un film che nel migliore dei casi a tratti v’irriterà, ma da cui probabilmente scapperete a gambe levate al primo braccio sbranato “al naturale”. Ma io sono sempre dalla parte di Dumont, e l’amarezza nascosta tra le pieghe di quest’opera imperfetta la porterò addosso per parecchio tempo.

 

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Contro

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