Home > Recensioni > Cannes 2016 — Paterson

È un fedelissimo del Festival di Cannes (Camera d’Or per “Stranger Than Paradise” nell’ormai lontano 1984 e una sequela di partecipazioni successive) Jim Jarmusch, che torna in Concorso a tre anni dal precedente “Only Lovers Left Alive” con “Paterson”, un uomo , una città, una raccolta di poesie, un film tripartito a partire dai protagonisti. Una coppia di ragazzi “normali”, normali aspirazioni e talenti probabilmente fuori dall’ordinario, e Marvin, un bull-dog protagonista di piani di reazione che lo trasformeranno in breve tempo in un vero e proprio personaggio di culto assoluto. Un film perfettamente in linea con il percorso autoriale di un regista americano, con gusto cinematografico europeo e una passione per la saggezza delle filosofie orientali, artista tripartito, ancora una volta.

Paterson (Adam Driver) è un conducente di autobus della città di Paterson, New Jersey. Ogni giorno guida l’autobus per le vie della città, ogni sera porta fuori il cane e beve una birra nel pub dell’isolato. Mentre la moglie (Golshifteh  Farahani) colleziona progetti fantasiosi e fuori portata, e decora ininterrottamente la loro casa, Paterson appunta umilmente le sue poesie su un taccuino, che porta sempre con sé. Nei suoi versi si fondono la passione per William Carlos Williams, nativo di Paterson, Ginsberg, O’Hara, ma anche il suo orizzonte quotidiano. Proprio il dono di uno sguardo poetico sembra essere ciò che lo eleva da una routine di luoghi e azioni uguali a se stesse e sottilmente angoscianti.

Fare emergere la poesia dal quotidiano, dai normali affanni di tutti i giorni, dall’apparente mediocrità di una vita insoddisfacente, non è cosa per tutti. “Paterson” si svolge nel corso di una settimana, da un lunedì a quello successivo, e ci mostra le azioni abitudinarie, reiterate, di un conducente di autobus con una non comune sensibilità ed un occhio ed un orecchio attenti al particolare. Paterson ascolta: brani di dialoghi in autobus (Rubin Carter, tecniche di abbordaggio, Gaetano Bresci), materiali difformi, tessere di mosaico, piccole partiture di sinfonia metropolitana. Paterson guarda: il corso d’acqua che attraversa la città, la città che scorre orizzontalmente fuori dal parabrezza del suo mezzo (un vero e proprio topos visivo di Jarmusch). Paterson (ogni tanto) reagisce: quando al bar si prospetta una situazione pericolosa, è l’unico a fare qualcosa. Ennesima tripartizione.

Jarmusch ci mostra giovani dalla aspirazioni creative, attori, musicisti, designer, che aspettano la buona occasione che magari arriverà (sotto la forma di un concorso di pasticceria però, il solo gusto estetico non basta più), ma è molto più probabile non arrivi mai. I veri grandi artisti americani (o quantomeno molti di loro) facevano dei lavori manuali, il postino, il medico (il pluricitato William Carlos Williams), per poi dedicarsi all’arte nei momenti di pausa. Di tutti loro ci rimane il loro contributo artistico, ma quel contributo è tale perchè la loro vita era fatta di tante cose, anche diverse.

In un film pieno (anche) di citazioni, prendiamo dall’esterno una citazione che ne esemplifica magnificamente il messaggio (Jarmusch, ne siamo quasi certi, approverebbe), è di Banksy, forse lo street artist più famoso al mondo: “Tutti gli artisti sono disposti a soffrire per la propria arte. Ma perchè così pochi artisti sono disposti a imparare a disegnare?”. Laura, la compagna di Paterson, compra una chitarra perchè ha intenzione di diventare una folk/singer (“la nuova Patsy Cline”) ma, invece di mettersi a studiare, prova ripetutamente gli abbinamenti dell’abbigliamento con il bianco e nero dello strumento.

Ci sarebbero tantissime altre cose da dire su questo delicato poema in forma cinematografica: il rifiuto della modernità, la passione per il bianco e nero, la musica che accompagna le immagini (elemento fondamentale come sempre in Jarmusch, qui anche compositore), l’irrompere improvviso dell’Oriente (“Una pagina vuota presenta più opportunità”), l’incredibile magia di una piccola cittadina che ha dato i natali o è stata abitata da una moltitudine di esseri umani che ha contribuito a cambiare la storia del mondo, ma perché togliervi il piacere di correre in sala a scoprire tutto il resto? Un piccolo capolavoro, con quell’aggettivo lì a fare la sua apparizione solo perché l’effettiva grandezza di un’opera è certificata dalla sua resistenza e consistenza allo scorrere del tempo. “Da piccolo credevo esistessero tre dimensioni: l’altezza, la larghezza, la profondità, poi ho scoperto l’esistenza di una quarta, il tempo”. È il tempo l’unica variabile impazzita che scombina ogni schema, anxche la tripartizione più ferrea di tutte, quella dimensionale nelle nostre percezioni di piccoli (e qui il tempo non modificherà nulla) esseri umani.

 

 

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