Home > Recensioni > Cannes 2016 — Personal Shopper

Ogni anno, al Festival di Cannes, un grande regista presenta in Concorso un film che suscita reazioni al limite del canzonatorio e prende salve di fischi alle proiezioni per gli addetti ai lavori. È successo a Gus Van Sant lo scorso anno, a Nicolas Winding Refn qualche anno fa, stavolta è il turno di Olivier Assayas e del suo “Personal Shopper”, ancora una volta, dopo “Sils Maria”, con Kristen Stewart protagonista, qui senza dividere la scena con nessun altra. Ed è la capacità della Stewart di reggere il centro della scena di un film completamente poggiato sulle sue esili spalle la cosa più interessante di un’opera coraggiosa ai limiti dell’incoscienza, che conferma comunque la tendenza delle partecipazioni francesi di quest’anno, opere estreme, lanciate nell’abisso senza paracadute.

Maureen (Kristen Stewart) è l’assistente di una grande celebrità (ancora una volta, dopo “Sils Maria”) per la quale ha il ruolo di “shopper” personale: trascorre quindi il suo tempo a comprare vestiti in giro per Parigi. Ma oltre a questa attività, Maureen ha anche la capacità di comunicare con i morti. Cerca di farlo con il fratello gemello Lewis, che non è più al mondo, e comincia a sentire una voce che le comunica strani messaggi.

È molto difficile, al cinema, raccontare il rapporto con il fantasmatico, con l’aldilà, al di fuori della rassicurante gabbia di genere, usandolo come metafora per argomenti “altri”, esistenziali, in sostanza terreni. L’insoddisfazione per la propria soffocante quotidianità, la ricerca della fuga in un altrove dove ritrovare gli affetti perduti, il protagonismo di una ragazza condannata al ruolo di comparsa, tutti spunti interessanti, ma che incidentalmente non dialogano con il fruitore dell’opera ma compongono un enigma solipsistico ed enigmatico che tiene incollati alla poltrona fino all’ultimo secondo ma che, all’apparire dei titoli di coda in un bianco abbacinante, lasciano addosso una fastidiosa sensazione d’incompiuto e di occasione parzialmente gettata al vento.

E’ un film teorico, puramente intellettuale, da studiare, sviscerare, confrontare, vedere e rivedere. Affronta la contemporaneità di petto, interrogandosi sulle nuove forme di comunicazione “in absentia”, i sistemi di messaggeria istantanea, le videochiamate: siamo sicuri che dall’altra parte ci sia davvero qualcuno? La fruizione potenziale di ogni forma d’arte attraverso i device che portiamo con noi ogni giorno aumenta la nostra comprensione diacronica o contribuisce soltanto a confondere le idee, ad accedere soltanto ai contenuti che ci vengono segnalati e pubblicizzati compromettendo definitivamente la nostra capacità di obiettivo giudizio? Temi importanti, come già detto.

Un’ultima annotazione sulla magnifica prestazione attoriale della Stewart, una delle protagoniste assolute di questa edizione della kermesse cannense, pedinata da Assayas, assaltata, circuita, capace di reggere costantemente il centro della scena (come si è già detto) di lunghe sequenze che mettono alla prova lei e lo spettatore, continuamente, ossessivamente, in una lunga sfida senza vinti né vincitori.

Un film che la maggior parte di voi rifiuterà in toto, ma che rappresenta un ulteriore passo in avanti di un percorso d’autore tra i più interessanti e fertili del cinema contemporaneo. All’uscita della sala le stelle sarebbero state due, ora sono tre, domani magari il voto potrebbe ancora aumentare. Imperfetto, squilibrato, ma ne abbiamo davvero un gran bisogno …

 

 

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