Home > Recensioni > Cannes 2016 — Rester Vertical

Per una di quelle casuali coincidenze che rendono il mondo più bello e interessante, il giorno del passaggio in Concorso al Festival di Cannes di “Rester Vertical” di Alain Guiraudie è quello successivo all’approvazione in Italia dell’agognata (e ritardataria) legge sulle “unioni civili”. La totale libertà e il coraggio che il regista e sceneggiatore francese profonde a piene mani con la sua nuova opera non può che rappresentare un auspicio, per il nostro Paese e per il mondo intero: quello di abbattere finalmente le barriere e le differenziazioni tra orientamenti sessuali di segno differente.

“Rester Vertical” film non è comunque un manifesto politico, ma tutt’altro: un’opera border-line, tra il metacinema e la deriva surrealista, che scivola sempre più in una dimensione onirica in maniera naturale e coerente, con un accurato lavoro di messa in scena.

Leo (Damien Bonnard) è un regista/sceneggiatore che decide di partire per raggiungere il sud della Francia, alla ricerca dei lupi. Nel corso delle sue escursioni incontra Marie (India Hair), una ragazza dallo spirito libero. I due si innamorano e lei rimane incinta. Dopo aver dato alla luce il bimbo, Marie comincia a soffrire di depressione post partum e, in preda alla disperazione, abbandona sia Leo che il figlio. Rimasto solo, Leo dovrà affrontare la responsabilità di accudire il figlio e dovrà trovare una nuova idea per il prossimo film.

Bisogna essere spettatori maturi per non trovare totalmente respingente il secondo lungometraggio di Guiraudie con vetrina internazionale, che mette in fila, in successione, inquadrature ginecologiche a profusione, un parto ripreso dal vero dall’inizio alla fine, amplessi omosessuali tra corpi brutti e in decadimento. Ma che è anche capace di aperture oniriche e paesaggistiche di assoluta bellezza, di seminare metafore cristalline e profonde al contempo, di imbastire l’eutanasia più folle che possiate immaginare (doveroso non spiegare nulla di più al riguardo, se a questo punto sarete ancora dentro il film percepirete la dolente tragicità di una situazione all’apparenza grottesca).

La fatica dell’artista di raccontare la realtà sporcandocisi dentro, l’importanza di assumersi le proprie responsabilità rimanendo letteralmente a piedi senza possibilità di fuga, gli intrecci casuali della vita generati da uno scrittore deus ex machina prigioniero del gigantesco intreccio autogenerato.

Il film va introdotto per frammenti perché procede per frammenti, alcuni molto riusciti, altri meno, nessuno gratuito o forzatamente appiccicato. Il precedente “Lo sconosciuto del lago” aveva ricevuto in Italia il V.M.18, qui probabilmente, dovesse mai uscire, la sorte sarà la medesima. Il Concorso di Cannes 2016 inizia bene, con un’opera cheforse rimarrà fuori dal palmarès finale, ma che dimostra che quest’anno la pattuglia francese, come già si intuiva sulla carta dai nomi selezionati, non è qui solamente per tenere alto il tricolore.

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