Home > Recensioni > Cannes 2016 — Sieranevada

L’innegabile importanza del cinema rumeno contemporaneo, come forse mai nella storia del Paese, trova un’ennesima conferma nella doppia presenza nella Selezione Ufficiale di Cannes 2016, in Concorso. Cristi Puiu aveva già vinto il Certain Regard di una decina d’anni fa con “La morte del signor Lazarescu”, e si ripresenta quest’anno con una fluviale immersione nella vita, nei rituali, nelle speranze, nelle idiosincrasie di una famiglia come tante, ma metonimia della Romania contemporanea e dell’Europa tutta. In quasi tre ore, in tempo reale, pedinando, intrufolandosi, limitandosi ad osservare, la macchina da presa di Puiu diventa un membro aggiunto del nucleo familiare, attraverso lunghi piani sequenza che ci catapultano in quegli angusti corridoi, in quelle stanze modestamente ma dignitosamente arredate, a scavare in rapporti inevitabilmente logorati dal tempo e dalle avversità ma forse, proprio per questo, ancora saldi.

Bucarest, tre giorni dopo l’attacco a Charlie Hebdo a Parigi. Sono trascorsi quaranta giorni dalla morte di suo padre e il dottor Lary (Mimi Branescu) raggiunge i propri familiari per una cerimonia commemorativa in casa della madre. Tra i presenti emergono, sempre più evidenti, le tensioni che sono di varia natura.

La ritualità arcaica di tradizioni religiose sempre meno condivise di generazione in generazione, l’esplodere di contrasti da anni sopiti, una semplice lite da strada sulla quale viene scaricata tutta la frustrazione di un’esistenza insoddisfacente, c’è tantissimo materiale in questa sceneggiatura che stupisce per la sua esattezza, per come i diversi elementi del mosaico riescano a trovare armoniosamente un quadro d’insieme, per come delinei una moltitudine di personaggi che pian piano impariamo a conoscere, e che a fine film vorremmo quasi continuare a seguire.

Molte tipologie umane rappresentate: il complottista compulsivo, la nostalgica del comunismo, l’uomo di mondo pentito, la giovane alternativa e tanti altri, tutti scolpiti nel marmo, delineati con pochi tocchi. La macchina da presa esce di casa solo in due scene, per rinchiudersi subito in due “camera car” che rinchiudono di nuovo lo spazio, che non si apre, che non può aprirsi. Porte che si chiudono e ci lasciano fuori, sussurri, le stesse porte che lasciano uno spiraglio aperto attraverso il quale c’infiliamo, violiamo l’intimità, tanto che a volte preferiremmo distogliere lo sguardo e tapparci le orecchie.

Una maggiore asciuttezza avrebbe forse facilitato la fruizione, ma ben venga questo cinema che scava nei corpi e nelle menti, che si eleva dal semplice teatro filmato grazie ad idee di messe in scena forti, coerenti, rigorose. Un film bellissimo, finora tra i migliori di questo Concorso.

Piccola postilla: la musica, in questo film, è tutta diegetica. La fonte non la vediamo mai e, tra le canzoni di vario genere che ascoltiamo in sottofondo, ce ne sono due nostrane: una convenzionale “Maledetta primavera” e una sorprendente “Dolcenera” di Faber in apertura.

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Contro

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